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STATO DELLA CHIESA

Sancta res publica Romanorum

LE ORIGINI (726-795)

 

Carlo Magno

Al tempo della dominazione longobarda alcune regioni d'Italia rimasero sotto il governo dell'Impero Bizantino.

Tuttavia il potere effettivo di Costantinopoli con il passare del tempo divenne sempre più debole.

Nel secolo VIII si ebbe la rottura dell'antico legame.

Il papato, con l'aiuto dei sovrani dei Franchi Pipino il Breve e Carlo Magno, assunse il potere temporale sul territorio compreso tra Roma e Ravenna.

Nacque la Sancta res publica Romanorum, il primo nucleo dello Stato Pontificio.

 

LocalitÓ: Italia

Epoca: secolo VIII

 


Indice

Quadro storico

Papa Gregorio II e la rottura con Costantinopoli (715-731)

Papa Gregorio III e la Sancta res publica (731-741)

Papa Zaccaria e il primo nucleo dello Stato della Chiesa (741-752)

Papa Stefano II, fondatore dello Stato della Chiesa (752-757)

Papa Paolo I, primo sovrano dello Stato della Chiesa (757-767)

Papa Stefano III tra Franchi e Longobardi (767-772)

Papa Adriano I e la fine del Regno longobardo (772-795)

 

Constitutum Constantini
Donazione di Costantino

 

Stato Pontificio - Fine secolo VIII

Stato Pontificio alla fine del secolo VIII

 


Quadro storico

 

Italia

L'Italia, nel secolo VIII, era suddivisa in due aree:

- il Regno dei Longobardi, con i territori di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Liguria, Emilia, Toscana

- il Ducato di Spoleto con parte dell'Umbria, delle Marche, del Lazio e dell'Abruzzo

- il Ducato di Benevento con gran parte dell'Italia meridionale

- il Ducato di Venezia con Istria e Dalmazia

- l'Esarcato di Ravenna

- la Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona)

- il Ducato di Perugia

- il Ducato di Roma

- il Ducato di Napoli

- il Thema di Calabria

- il Patriziato di Sicilia, che comprendeva anche Gaeta

- la Sardegna

- la Corsica.

I confini dell'area bizantina erano abbastanza variabili in quanto Longobardi, Avari, Slavi ed Arabi portavano continuamente violenti attacchi.

 

Confini dell'Italia

L'Italia confinava:

- ad ovest con il Regno dei Franchi

- a nord con il Ducato di Baviera, comprendente anche le odierne Austria e Svizzera

- ad est:

- con gli Avari, stanziati nella Pannonia, odierna Ungheria

- con gli Slavi, che avevano invaso l'Illiria, odierna ex-Iugoslavia.

 

Il Regno dei Franchi

Detennero il potere nel Regno dei Franchi:

- Carlo Martello, maestro di palazzo dal 715 al 741

- Pipino il Breve e Carlomanno, maestri di palazzo dal 741 al 747

- Pipino il Breve, maestro di palazzo dal 747 al 751

- Pipino il Breve, re dei Franchi dal 751 al 768

- Carlo Magno e Carlomanno, re dei Franchi dal 768 al 771

- Carlo Magno, re dei Franchi dal 771 all'814.

 

Il Regno dei Longobardi

Furono re dei Longobardi:

- Liutprando (712-744)

- Ildebrando (744-744), nipote di Liutprando

- Ratchis (744-749), ex Duca del Friuli

- Astolfo (749-756), fratello di Ratchis

- Desiderio (756-774), ex Duca di Toscana

Nel 774 Carlo Magno assunse il titolo di re dei Longobardi.

 

L'Impero bizantino

Furono imperatori bizantini:

- Leone III l'Isaurico (717-741)

- Costantino V Copronimo (741-775)

- Leone IV Cazaro (775-780)

- Costantino VI (780-797)

 

I papi

Furono papi:

- Gregorio II (715-731), romano, santo

- Gregorio III (731-741), greco di origine siriana, santo

- Zaccaria (741-752), greco di Calabria, santo

- Stefano II (752-757), romano

- Paolo I (757-767), romano, fratello di Stefano II, santo

- Stefano III (768-772), greco di Sicilia

- Adriano I (772-795), romano.

 


Papa Gregorio II e la rottura con Costantinopoli (715-731)

 

Costantinopoli - Decreto di Leone III per la distruzione delle immagini (726)

Nel 726 l'imperatore bizantino Leone III emise un decreto che ordinava di togliere le immagini sacre da tutte le chiese e di procedere alla loro distruzione.

L'iniziativa iconoclasta venne presa probabilmente sotto l'influsso della religione islamica, che si andava affermando e diffondendo rapidamente. L'Islam non ammette rappresentazioni di scene religiose.

Nelle zone orientali dell'Impero ci furono resistenze, ma soprattutto nel mondo occidentale ci fu un netto rifiuto di eseguire l'ordine dell'imperatore.

 

Roma - Reazione di papa Gregorio II

Il papa Gregorio II negò che l'imperatore potesse legiferare in materia religiosa.

L'imperatore replicò minacciando di destituirlo, come aveva fatto con il patriarca di Costantinopoli, che si era opposto al provvedimento.

Gregorio II si appellò a tutte le città d'Italia, invocando il loro aiuto, anche militare, per respingere le minacce bizantine.

 

Roma - Attentato al papa

L'imperatore Leone III organizzò un attentato al papa con l'appoggio del dux Basilio, del cartulario Giordano e del suddiacono Lurione.

L'attentato venne scoperto in tempo.

 

Ravenna - Marcia su Roma dell'esarca Paolo

Leone III passò allora all'uso delle forze armate.

L'esarca di Ravenna, Paolo, marciò su Roma con l'esercito bizantino.

I Longobardi della Tuscia e del Ducato di Spoleto si unirono ai Romani e i Greci non riuscirono a raggiungere l'Urbe.

L'esarca ravennate venne scomunicato dal papa. Molte città d'Italia insorsero e scacciarono i governanti bizantini.

 

Roma - Ribellione contro il dux bizantino Pietro

Leone III inviò a Roma Pietro, come dux imperiale, per riprendere il controllo della città.

Pietro venne assediato nel palazzo dei Cesari, imprigionato e accecato dal popolo insorto.

 

Napoli - Marcia su Roma del duca Esilarato

Esilarato, duca bizantino di Napoli, marciò su Roma.

I bizantini vennero fermati al confine tra i due Ducati dall'exercitus romanus. Esilarato rimase ucciso nello scontro.

 

Ravenna - Complotto contro il papa

L'esarca di Ravenna tentò di provocare una controrivoluzione nella città di Roma.

Il complotto filo-bizantino venne scoperto.

 

Costantinopoli - Riduzione della giurisdizione papale

A questo punto Leone III, visti falliti tutti i tentativi militari, decise di colpire il papa sul piano della giurisdizione.

Ordinò di sottrarre al controllo del patriarca di Roma tutte le diocesi dei territori bizantini in Italia e nell'Illiria.

 

Italia - Moti anti-bizantini

Si ebbe una nuova reazione degli Italiani contro i Greci.

A Roma, sotto la protezione del papa, venne costituito un governo civile, indipendente da Costantinopoli.

A Ravenna scoppiò un moto anti-bizantino e l'esarca Paolo venne ucciso dal popolo.

 

Liutprando alleato del papa (727)

Liutprando, re dei Longobardi, volle approfittare della contesa che opponeva Romani e Greci.

Nel 727 conquistò Sutri, roccaforte bizantina, e la diede in dono a Gregorio II, di cui voleva atteggiarsi a protettore.

 

Alleanza bizantina-longobarda contro il papa (729)

Nel 729 Liutprando concluse una alleanza con Eutichio, esarca di Ravenna. L'esercito alleato iniziò a marciare verso sud.

Liutprando intendeva sottomettere i ducati ribelli di Spoleto e di Benevento, Eutichio voleva riprendere Roma.

I duchi Trasamondo II di Spoleto e Romualdo II di Benevento si presentarono davanti a Liutprando nella città di Spoleto e fecero atto di sottomissione.

I soldati longobardi arrivarono a Roma e si accamparono vicino a San Pietro.

Gregorio II avviò abili trattative e riuscì a fare la pace con Liutprando ed Eutichio.

Eutichio venne accolto nell'Urbe, Liutprando ripartì senza essere entrato in città.

 


Papa Gregorio III e la Sancta res publica (731-741)

 

Roma - Elezione di Gregorio III (marzo 731)

Il 10 febbraio 731 Gregorio II morì.

Il 18 marzo 731 venne eletto papa un greco di origine siriana, Gregorio III.

 

Roma - Scomunica degli iconoclasti (novembre 731)

Il 1° novembre 731 il papa Gregorio III convocò un concilio che scomunicò gli iconoclasti.

Gli ambasciatori papali che comunicarono le decisioni del concilio all'imperatore Leone III vennero gettati in carcere.

 

Costantinopoli - Una flotta contro il papa (733)

Nel 733 l'imperatore Leone III preparò una flotta per attaccare Roma e le altre città dell'Italia che rispettavano la volontà pontificia.

Mentre era in navigazione, la flotta, guidata dall'ammiraglio Manes, venne distrutta da una tempesta nel mare Adriatico.

 

Costantinopoli - Sequestro dei beni della Chiesa di Roma

Leone III decise di combattere il papa sul piano economico.

Emise un decreto che ordinava in Sicilia, in Calabria, a Napoli e in tutti i territori dell'Italia meridionale sotto controllo bizantino il sequestro di tutti i beni appartenenti alla Chiesa di Roma.

La divisione tra Italiani e Greci si aggravò ulteriormente.

 

Roma - Acquisizione di Castel Gallese

Trasamondo, duca longobardo di Spoleto, cedette a Gregorio III Castel Gallese, territorio bizantino della Tuscia romana che i Longobardi avevano conquistato.

La cessione venne fatta alla Sancta res publica, termine introdotto dai papi per la prima volta e di significato non chiaro, certamente non identico a Ducato romano.

 

Spoleto - Liutprando contro Trasamondo (739)

Nel 739 Liutprando marciò su Spoleto. Il duca Trasamondo aveva cercato di rendersi indipendente dal re dei Longobardi.

Non in grado di difendere il proprio Ducato, Trasamondo si rifugiò a Roma.

Liutprando chiese la consegna del duca.

Il papa Gregorio III e il dux bizantino Stefano, comandante dell'esercito romano, rifiutarono di consegnare il rifugiato.

Liutprando avanzò verso Roma. Conquistò Ameria (odierna Amelia), Orte, Polimartium (odierna Bomarzo), Blera.

Nell'agosto del 739 Liutprando decise di interrompere la campagna militare e ritornò verso nord.

In dicembre Trasamondo, accompagnato dall'esercito romano, rientrò in Spoleto.

Le città conquistate da Liutprando non furono però restituite al Ducato romano e rimasero in possesso del re dei Longobardi.

 

Carlo MartelloRoma - Richiesta di aiuto a Carlo Martello (739-741)

Nel 739, sotto la minaccia dell'avanzante esercito longobardo di Liutprando, Gregorio III aveva cercato aiuto presso i Franchi.

Il potere effettivo nel Regno dei Franchi era detenuto da Carlo Martello, maestro di palazzo.

A lui si rivolse papa Gregorio. Scrisse delle lettere invitandolo a fare pressione sui Longobardi affinché cessassero dal minacciare la Chiesa di Roma.

A Carlo Martello venne fatto dono delle chiavi della tomba di San Pietro. Con questo atto lo si nominava implicitamente protettore della Chiesa.

Ma Carlo non volle intervenire. Aveva stretto una alleanza con i Longobardi che proprio nel 739 lo stavano aiutando a fermare un tentativo di invasione degli Arabi in Provenza.

Altre lettere vennero scritte da Gregorio III a Carlo Martello. Ma anch'esse non ebbero seguito.

 

Anno 741

Il 18 giugno 741 morì l'imperatore bizantino Leone III, che aveva respinto l'attacco degli Arabi a Costantinopoli nel 718.

Il 21 ottobre 741 morì Carlo Martello, maestro di palazzo dei Franchi, che aveva fermato l'avanzata degli Arabi a Poitiers nel 732.

Il 27 novembre 741 morì il papa Gregorio III, che aveva impedito ai Longobardi di conquistare Roma.

 


Papa Zaccaria e il primo nucleo dello Stato della Chiesa (741-752)

 

Zaccaria papa (dicembre 741)

Il 10 dicembre 741 divenne papa Zaccaria, un greco di Calabria.

 

Accordo con Liutprando (742)

Zaccaria, visti inutili i tentativi di far intervenire i Bizantini o i Franchi al proprio fianco, decise di concludere un accordo con Liutprando.

L'esercito romano si unì a quello longobardo per conquistare Spoleto, dove governava il duca Trasamondo.

In cambio Zaccaria si aspettava la restituzione delle quattro città conquistate da Liutprando.

Trasamondo venne sconfitto.

Dopo la sottomissione di Spoleto, Liutprando ottenne anche quella di Benevento. Poi ritornò a nord, ma non restituì le quattro città.

 

Incontro di Terni (primavera 742)

Nella primavera del 742 Zaccaria decise di incontrare Liutprando.

L'incontro si svolse a Terni in territorio longobardo.

Horta, Ameria, Polimartium e Blera vennero consegnate al papa, non ai bizantini a cui erano state tolte.

Il papa ottenne anche la Sabina, Narni, Osimo, Ancona, Numana e Valle Magna, nei pressi di Sutri.

Venne firmata una pace ventennale.

 

Incontro di Pavia (giugno 743)

Nel 743 i Longobardi attaccarono l'Esarcato di Ravenna.

L'esarca Eutichio e Giovanni, arcivescovo di Ravenna, chiesero la mediazione di Zaccaria.

Il papa si recò a Pavia in giugno.

Ottenne il ritiro delle truppe dal territorio bizantino. Solo la zona di Cesena rimase sotto controllo longobardo fino alla fine delle trattative avviate con Costantinopoli.

 

Accordo con Ratchis (744)

Liutprando morì nel gennaio del 744. Gli successe il nipote Ildebrando, che governò per pochi mesi.

Poi il trono passò a Ratchis, duca del Friuli.

Zaccaria e Ratchis rinnovarono l'accordo ventennale estendendone la validità a tutta l'Italia.

 

Ninfa e Norba

Zaccaria condusse una politica di amicizia con Bisanzio e l'imperatore Costantino V Copronimo decise di cedere al papa le città di Ninfa e di Norba.

 

Re Carlomanno monaco (747)

Nel 747 Carlomanno, che governava i Franchi insieme al fratello Pipino il Breve, decise di ritirarsi in un eremo.

Si rifugiò sulla cima del monte Soratte, a nord di Roma. Ma essendo disturbato dai numerosi pellegrini che percorrevano la via Flaminia in direzione di Roma, si trasferì a Montecassino nell'antica abbazia benedettina.

 

Re Ratchis monaco (749)

Nel 749 Ratchis, che aveva iniziato l'assedio della bizantina Perugia, decise di interrompere ogni operazione militare e di ritirarsi nella abbazia di Montecassino.

Sul trono dei Longobardi salì Astolfo, fratello di Ratchis.

 

Ravenna conquistata dai Longobardi (751)

Astolfo riprese la guerra contro i bizantini e nel 751 riuscì a impadronirsi di Ravenna, la capitale dell'Esarcato.

 

Pipino il BrevePipino il Breve re dei Franchi (752)

Sui Franchi regnava Childerico, dell'antica dinastia dei Merovingi.

Pipino era maestro di palazzo e deteneva di fatto il potere. Voleva diventare re anche di diritto.

Pipino inviò a Roma Burcardo, vescovo di Wurzbug, e Folrado, abate di S. Dionigi, per chiedere al papa di essere sciolto dal giuramento di fedeltà verso Childerico e per avere l'approvazione del papa alla sua ascesa al trono dei Franchi.

Zaccaria appoggiò la richiesta di Pipino, che divenne "re per grazia di Dio". Per la prima volta il papa si vedeva riconosciuto il diritto di fare e disfare i monarchi.

Il 14 marzo del 752 Pipino venne consacrato re a Soissons dal vescovo Bonifacio. L'ex re Childerico venne rinchiuso in un convento.

 


Papa Stefano II, fondatore dello Stato della Chiesa (752-757)

 

Da Zaccaria a Stefano II

Zaccaria morì il 14 marzo 752. Gli successe papa Stefano II.

 

Inutile accordo con Astolfo (giugno 752)

Stefano II si incontrò con Astolfo e firmò una pace ventennale.

Quattro mesi dopo Astolfo richiese un tributo annuo per ogni cittadino romano e minacciò di annettere Roma al suo regno.

Ogni trattativa si rivelò inutile.

L'imperatore di Costantinopoli non inviò alcun aiuto concreto, nonostante le sollecitazioni di Stefano II.

La situazione si stava facendo sempre più grave per l'indipendenza del papato che rischiava di divenire un vescovado longobardo.

 

Richiesta di aiuto a Pipino il Breve (753)

Stefano chiamò in soccorso Pipino il Breve.

Pipino inviò a Roma l'abate Droctegang per prendere visione della situazione.

Nell'estate arrivarono a Roma anche Chrodegang, vescovo di Metz, e il duca Autchar per invitare Stefano a recarsi nel regno franco.

Nell'autunno del 753 da Costantinopoli arrivò una legazione guidata dal silenziario Giovanni. L'imperatore bizantino chiedeva a Stefano di recarsi presso Astolfo per richiedere la restituzione dell'Esarcato.

 

Stefano II a Pavia

Il 14 ottobre 753 Stefano II partì da Roma con un lasciapassare rilasciato da Astolfo. Era diretto a Pavia, capitale dei Longobardi.

I colloqui con Astolfo non portarono a nulla. Gli ambasciatori di Pipino riuscirono però ad ottenere dai Longobardi il permesso per il papa di proseguire il viaggio verso il loro regno.

Il 15 novembre Stefano lasciò Pavia.

 

Accordo di Ponthion (6 gennaio 754)

Il 6 gennaio 754 Pipino e Stefano nel palazzo di Ponthion conclusero un accordo.

I Franchi si impegnarono a intervenire in Italia contro i Longobardi per difendere il papa.

 

Trattato di Quierzy (14 aprile 754)

Il trattato venne definitivamente approvato dalla dieta dei Franchi il 14 aprile a Quierzy.

In base al trattato al papa sarebbe andato tutto il territorio italiano a sud della linea che unisce Luni (vicino La Spezia) a Monselice (vicino Padova). Erano compresi il Ducato di Spoleto, il Ducato di Benevento, l'Esarcato e Venezia.

 

Prigionia e morte di Carlomanno (primavera 754)

Astolfo fece uscire Carlomanno dalla abbazia di Montecassino e lo inviò presso Pipino al fine di bloccare l'accordo tra i Franchi e Roma.

Pipino arrestò il fratello e lo rinchiuse nel convento di Vienne. Carlomanno morì poco tempo dopo.

 

Incoronazione di Pipino

Stefano II incoronò Pipino re di Francia nella chiesa di S. Dionigi.

 

Prima guerra contro i Longobardi (754)

Nell'agosto del 754 i Franchi si mossero verso l'Italia.

Un estremo tentativo di evitare la guerra venne fatto da Pipino e da Stefano II, che inviarono ambasciatori ad Astolfo chiedendo la restituzione dei territori occupati. Astolfo rifiutò.

Nei pressi di Susa l'esercito longobardo subì una pesante sconfitta.

Astolfo si rinchiuse nella sua capitale, Pavia.

Vennero nuovamente avviate trattative, questa volta su richiesta di Astolfo. Pipino e Stefano acconsentirono a stipulare un trattato di pace, che venne firmato nell'autunno del 754.

Pipino tornò in Francia. Stefano II si recò a Roma accompagnato dall'abate Folrado e da Geronimo, fratello naturale del re.

 

Stefano III e Abate Folrado

Stefano II riceve l'abate Folrado che, a nome di Pipino il Breve, dona l'Esarcato e la Pentapoli alla Chiesa.

 

Donazione di Pipino al papa (754)

Pipino fece atto di donazione al papa delle terre che avrebbero dovuto essere restituite da Astolfo a Stefano II.

 

Roma assediata da Astolfo (gennaio-marzo 756)

Dopo la partenza dei Franchi, i Longobardi non restituirono le terre precedentemente occupate e, anzi, nel 755 entrarono in armi nel Ducato romano.

Il papa si vide costretto a chiedere per la seconda volta l'intervento di Pipino.

Nel gennaio 756 Roma venne attaccata da tre colonne. Dalla via Trionfale arrivarono i Longobardi di Toscana, dalla via Latina i Longobardi di Benevento e dalla via Salaria i Longobardi di Spoleto.

Astolfo si accampò davanti a porta Salaria, i toscani davanti a porta Portuense, i beneventani davanti a porta S. Giovanni.

Il 23 febbraio papa Stefano II inviò a Pipino l'abate Vernerio per sollecitarne l'intervento.

Appena i Franchi cominciarono a muoversi Astolfo abbandonò l'assedio di Roma e corse a difendere le sue frontiere.

 

Rivendicazione dei bizantini (756)

L'imperatore bizantino sperava di recuperare l'Esarcato e gli altri territori bizantini occupati usando i Franchi contro i Longobardi.

I suoi legati raggiunsero Pipino, ma ebbero la sorpresa di sentirsi rispondere che le terre occupate dai Longobardi, dopo la liberazione, sarebbero state consegnate al papa.

 

Seconda guerra contro i Longobardi (756)

Pipino presso Susa sconfisse i Longobardi.

Nell'estate del 756 Astolfo si rinchiuse per la seconda volta in Pavia.

Venne firmato un trattato di pace con alcuni aggravamenti rispetto a quello firmato due anni prima.

Astolfo si impegnò a restituire i territori occupati, in particolare l'Esarcato e la Pentapoli, non ai Bizantini, ma al papa.

L'abate Fulrado prese possesso dei territori a nome di Pipino e di Stefano II.

 

Da Astolfo a Desiderio (757)

Nel dicembre del 756 Astolfo morì in un incidente di caccia.

Ratchis lasciò il monastero di Montecassino e tentò di riprendere la corona.

Desiderio, duca di Toscana, rivendicò anch'egli il regno.

Desiderio cercò il sostegno del papa e promise di consegnargli Bologna, Imola, Ancona, Osimo, Faenza e Ferrara.

Ratchis venne indotto da Stefano II a rientrare in monastero.

Nella primavera del 757 Desiderio venne incoronato re dei Longobardi.

Spoleto e Benevento rivendicarono la loro indipendenza e, con l'aiuto del papa e dei Franchi, Alboino divenne duca di Spoleto e Giovanni assunse la reggenza del Ducato di Benevento in nome di Liutprando.

 

Morte di Stefano II (aprile 757)

Il 24 aprile del 757 morì Stefano II.

Durante il suo pontificato era nato lo Stato della Chiesa con le donazioni fatte da Pipino il Breve nel 754 (Trattato di Quierzy) e riconfermate, almeno parzialmente, nel 756, dopo la seconda guerra contro i Longobardi.

La Sancta res publica comprendeva i territori ex-bizantini tra Roma e Ravenna.

Il re dei Longobardi, il duca di Spoleto e il duca di Benevento erano stati nominati con l'approvazione del papa.

Il re dei Franchi aveva acquisito il trono con il sostegno fondamentale del papa.

 


Papa Paolo I, primo sovrano dello Stato della Chiesa (757-767)

 

Papa Paolo I (maggio 757)

Il 29 maggio 757 salì alla cattedra di Pietro Paolo I, fratello di Stefano II, fermo sostenitore della politica di alleanza con i Franchi.

 

Desiderio riconquista l'Italia (758-759)

Desiderio, acquisito il trono, non rispettò gli accordi presi con Stefano II e con Pipino.

Nel 757 consegnò al papa Ferrara e Faenza, ma la maggior parte dei territori occupati rimasero sotto il suo controllo.

Nel 758 avviò trattative con Costantinopoli per togliere l'Esarcato ai Franchi e al papa e restituirlo ai Bizantini.

Imprigionò il duca di Spoleto Alboino.

Cacciò da Benevento Giovanni e Liutprando.

Nel 759 Desiderio aveva riportato sotto il suo controllo gran parte dell'Italia.

Pipino era trattenuto in Francia da gravi problemi e non poteva intervenire militarmente in Italia.

 

Accordo con Desiderio (760)

Nel 760, con la mediazione degli ambasciatori di Pipino, Remigio e Autchar, si giunse ad un accordo tra il papa e Desiderio.

Venne restituito qualche territorio, ma Imola rimase ancora ai Longobardi.

 

Ostilità con Costantinopoli (761)

Nel 761 i rapporti tra Roma e Costantinopoli si aggravarono a causa della non risolta questione della iconoclastia.

Si temette un attacco bizantino che avrebbe dovuto avere inizio con l'arrivo di una flotta a Napoli.

Paolo I chiese aiuto a Pipino e a Desiderio.

Intervenne anche Sergio, arcivescovo di Ravenna, che riportò la pace tra Roma e Costantinopoli.

 

Restituzione di Imola (764)

Nel 764 i rapporti con i Longobardi migliorarono. Imola venne restituita al papa.

 

Morte di Paolo I (giugno 767)

Paolo I morì il 28 giugno 767.

L'influenza bizantina in Italia era ridotta al minimo.

L'esistenza dello Stato della Chiesa era un fatto.

La politica di amicizia con i Franchi aveva dato buoni risultati.

 


Papa Stefano III tra Franchi e Longobardi (767-772)

 

Papa Stefano III (agosto 767)

Alla morte di Paolo I seguì un periodo di disordini in Roma.

Venne eletto illegalmente un papa da un gruppo di facinorosi provenienti dalla Tuscia.

L'esercito longobardo intervenne, depose il falso papa ed elesse, ma in maniera illegale, un papa filo-longobardo.

Finalmente, il primo agosto 767, si riuscì ad eleggere validamente il nuovo papa nella persona di Stefano III, un siciliano, sostenuto dal partito filo-franco, il cui maggiore esponente era Cristoforo.

 

Morte di Pipino (settembre 768)

Pipino morì il 24 settembre 768. Gli successero i figli Carlo e Carlomanno. La vedova Bertrada assunse una sorta di reggenza.

 

Alleanza di Stefano III con Desiderio

I figli di Pipino erano in contrasto tra loro e di conseguenza l'influenza dei Franchi in Italia diminuì.

Stefano III decise di riavvicinarsi a Desiderio.

Paolo Afiarta, capo del partito filo-longobardo, fece uccidere Cristoforo e altri suoi sostenitori. Il papa diede il suo tacito assenso.

Nell'estate del 769 il re longobardo, chiamato da Stefano III, si presentò con il suo esercito alle porte di Roma. La fazione filo-franca venne estromessa dal potere.

Desiderio però non mantenne le promesse relative ai territori da consegnare al papa e Stefano III tentò di riavvicinarsi ai Franchi.

 

Bertrada

Bertrada, la vedova di Pipino, e madre di Carlo e Carlomanno, aveva avviato una politica di amicizia con i Longobardi.

A Carlo, contro la sua volontà, venne data in sposa una figlia di Desiderio.

Stefano III aveva cercato di bloccare il matrimonio di Carlo e la politica di alleanza tra Longobardi e Franchi, ma ogni suo tentativo era risultato vano di fronte al potere di Bertrada.

 

Carlo Magno, re dei Franchi (771)

Il 4 dicembre 771 Carlomanno morì e Carlo divenne l'unico re dei Franchi. L'influenza di Bertrada a corte venne ridimensionata.

Carlo ripudiò la figlia di Desiderio e riprese la politica anti-longobarda di Pipino.

 

Morte di Stefano III (gennaio 772)

Il 24 gennaio 772 Stefano III morì.

Durante il suo pontificato aveva dovuto far fronte alla minaccia della alleanza tra Franchi e Longobardi nel difficile periodo seguente la morte di Pipino.

 


Papa Adriano I e la fine del Regno longobardo (772-795)

 

Papa Adriano I (febbraio 772)

Il 9 febbraio 772 venne eletto papa Adriano I, romano.

Tra i suoi primi atti ci fu il richiamo dei membri della fazione filo-franca esiliati da Stefano III.

Adriano chiese a Desiderio di rispettare il trattato sottoscritto con Stefano III. Il re longobardo rifiutò.

 

Gerberga

Gerberga, vedova di Carlomanno, cercò rifugio presso Desiderio.

I diritti dei figli di Carlomanno venivano infatti trascurati da Carlo che si era appropriato di tutto il regno del padre Pipino.

Desiderio chiese ad Adriano l'incoronazione dei figli di Carlomanno. Adriano rifiutò.

Desiderio ricorse alle armi. Conquistò Faenza e Ferrara. Minacciò di porre l'assedio a Ravenna.

 

Paolo Afiarta

Paolo Afiarta, il capo del partito filo-longobardo a Roma, venne inviato a Pavia dal papa con la scusa di una missione diplomatica.

Al suo ritorno, mentre passava da Ravenna, venne arrestato, su richiesta di Adriano, dall'arcivescovo. L'imputazione concerneva l'assassinio di Cristoforo, il capo della fazione filo-franca.

Quando i legati del papa giunsero a Ravenna per portarlo in prigione a Roma scoprirono che Paolo Afiarta era stato processato, condannato e messo a morte dall'arcivescovo.

A Roma il partito filo-longobardo perse ogni influenza.

 

Desiderio contro Roma

Desiderio decise di procedere alla conquista di tutto il territorio pontificio. Espugnò Senigallia, Montefeltro, Urbino, Gubbio.

Adriano inviò presso Desiderio i monaci dell'abbazia di Farfa come suoi emissari. Richiesero il ritiro dell'esercito longobardo. Desiderio rifiutò e continuò ad avanzare su Roma. Con lui erano il figlio Adelchi, Gerberga e i figli di Carlomanno.

Adriano inviò i suoi ambasciatori a Carlo chiedendo l'intervento dell'esercito franco.

Le porte di Roma vennero murate. Al suo interno vennero raccolte truppe da tutto lo Stato della Chiesa e anche da Napoli. Le basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, fuori delle mura, vennero spogliate dei beni e abbandonate.

I vescovi di Albano, Preneste e Tivoli vennero inviati a fermare Desiderio. Avevano l'ordine di comminare la scomunica qualora il longobardo avesse continuato la sua marcia su Roma.

Desiderio, di fronte alla possibilità di essere scomunicato, rinunciò alla conquista di Roma e si ritirò.

A Roma arrivarono i delegati di Carlo: il vescovo Giorgio, l'abate Gulfardo, il consigliere Albino. Presero atto della situazione. Si recarono a Pavia e chiesero a Desiderio di restituire i territori dello Stato della Chiesa. Il longobardo rifiutò.

Carlo, prima di dichiarare guerra, fece un ulteriore inutile tentativo di trovare una soluzione pacifica.

 

Carlo in Italia per la prima volta (settembre 773)

Nel settembre 773 Carlo mise in movimento l'esercito franco.

Rinnovò le proposte di pace, ma Desiderio ancora una volta si rifiutò di restituire i territori al papa.

I Franchi attraversarono le Alpi. L'esercito longobardo non resistette.

Desiderio si ritirò a Pavia. Adelchi, Gerberga e i figli di Carlomanno raggiunsero Ravenna.

Carlo pose l'assedio a Pavia.

 

Carlo a Roma (aprile 774)

In primavera Carlo lasciò l'esercito a Pavia e si diresse a Roma.

Entrò in Roma il 2 aprile, sabato santo.

Il 6 aprile Carlo confermò la donazione fatta da Pipino a Quierzy nel 754.

Carlo ebbe il titolo di patricius e defensor. Divenne il protettore dello Stato della Chiesa.

 

Conclusione della campagna di Carlo (giugno 774)

Pavia si arrese nel giugno 774.

Desiderio finì i suoi giorni in convento.

Adelchi fuggì a Costantinopoli.

Carlo divenne re dei Franchi e dei Longobardi.

Carlo non mantenne le promesse fatte al papa. Divenuto padrone di tutto il Regno longobardo fu molto restio a cedere il potere acquisito.

Adriano ottenne solo qualche città: Sovana, Tuscania, Viterbo, Bagnoregio, Roselle, Populonia.

 

Ravenna

Dopo il ritorno di Carlo in Francia, l'arcivescovo di Ravenna, Sergio, si rifiutò di riconoscere l'autorità del papa sui territori dell'Esarcato e della Pentapoli. Occupò Ferrara, Imola, Bologna. Espulse i rappresentanti del papa.

 

Chiusi

Il duca di Chiusi, Reginaldo, riprese il controllo di gran parte della Tuscia longobarda, ignorando le donazioni fatte da Carlo al papa.

 

Benevento

Il Ducato di Benevento non era stato conquistato da Carlo. Il duca Arichi, che aveva sposato Adelberga, figlia di Desiderio, riuscì a mantenere la propria indipendenza. Si proclamò principe e pose sotto il suo controllo alcune delle città greche dell'Italia meridionale.

 

Costantinopoli

Adelchi si rifugiò a Costantinopoli e fece pressioni sull'imperatore affinché organizzasse una spedizione coordinata tra Greci e Longobardi allo scopo di riconquistare l'Italia e scacciare i Franchi. I punti di forza dovevano essere Napoli e Gaeta, dove doveva sbarcare la flotta bizantina, e Benevento dove governava il cognato di Adelchi.

 

Carlo in Italia per la seconda volta - La lega contro il papa (marzo 776)

Nel marzo 776 venne fatta una alleanza tra Arichi, duca di Benevento, Radagaiso, duca del Friuli, Ildebrando, duca di Spoleto, Reginaldo, duca di Chiusi, e l'arcivescovo di Ravenna.

Le truppe degli alleati stavano per invadere i territori pontifici, quando Carlo, chiamato dal papa, rientrò in Italia. Radagaiso venne sconfitto e la lega anti-pontificia si sciolse. Carlo tornò in Francia.

 

Terracina (780)

Il confine tra il Ducato di Benevento e il Ducato romano passava in prossimità di Sora, Arpino, Arce e Aquino all'interno, mentre sul mare era a Gaeta, città greca, sede del patricius di Sicilia. Anche Terracina era una città greca.

La città di Terracina venne conquistata dalle truppe romane e franche. Fu offerta a Napoli in cambio delle proprietà sequestrate da Leone l'Isaurico nell'Italia meridionale. Ma i greci rifiutarono lo scambio e riconquistarono la città.

 

Venti di guerra (780)

Adriano cercò di organizzare una lega con il duca di Toscana, il duca di Spoleto ed anche il duca di Benevento allo scopo di conquistare Terracina, Gaeta e Napoli, le città dove poteva sbarcare la flotta bizantina.

Il duca di Benevento si schierò invece dalla parte dei Greci. Il Ducato romano era di nuovo minacciato dai Longobardi.

Carlo venne richiamato in Italia da Adriano.

 

Carlo in Italia per la terza volta (Natale 780 - Pasqua 781)

In prossimità del Natale 780 Carlo giunse a Pavia con la moglie Ildegarda e i figli Carlomanno e Luigi.

A Roma arrivò per Pasqua 781 (15 aprile).

A Carlomanno venne cambiato il nome in Pipino.

Luigi venne incoronato re di Aquitania e Pipino re d'Italia.

Pipino si stabilì a Pavia.

Il duca Arichi fece atto di sottomissione a Carlo, che ritornò in Francia senza combattere.

 

Accordo di Adriano con Carlo (781)

Durante la visita a Roma Carlo raggiunse un nuovo accordo con Adriano.

Il papa rinunciò alla rivendicazione dei ducati della Toscana e di Spoleto e ottenne in cambio la Sabina e la Tuscia longobarda. Si trattava di un evidente ridimensionamento delle donazioni di Pipino.

Al papa furono assegnate anche Capua, Arce, Sora, Aquino e Arpino.

 

Benevento

Appena ripartito Carlo Arichi infranse il giuramento di fedeltà. Strinse alleanza con Adelchi e chiese l'intervento dell'imperatore bizantino. Arichi si dichiarò disposto a riconoscersi suddito greco in cambio del titolo di patricius.

Regnava allora a Bisanzio Costantino VI. Ma data la sua minore età la reggenza era tenuta dalla madre Irene.

La morte improvvisa di Arichi interruppe i piani contro il papa e contro Carlo.

 

Grimoaldo, duca di Benevento

I beneventani chiesero a Carlo di liberare il figlio di Arichi, Grimoaldo, allora ostaggio in Francia. Carlo cedette alle richieste e Grimoaldo divenne duca di Benevento.

 

Ravenna (783)

Nel 783 Adriano, con l'aiuto di Carlo, riuscì ad ottenere nuovamente il controllo di Ravenna.

 

Sbarco di Adelchi in Calabria (788)

Grimoaldo si rivelò inizialmente fedele suddito di Carlo. Quando Adelchi sbarcò in Calabria con un esercito bizantino, inviò le sue truppe a fermarlo.

Adelchi venne sconfitto e ritornò a Bisanzio dove terminò i suoi giorni.

 

Elezione dell'arcivescovo di Ravenna (788)

Nel 788 si doveva procedere alla nomina del successore di Sergio all'arcivescovado di Ravenna. Adriano nominò Leone. Carlo rifiutò di confermare l'elezione in quanto riteneva che come patricius fosse suo diritto la nomina dell'arcivescovo. Poi cedette alle rimostranze del papa.

 

Morte di Adriano (795)

Adriano morì nel 795, dopo ventitre anni di regno.

 

Estensione della Sancta res publica Romanorum

Alla morte di Adriano la Sancta res publica Romanorum comprendeva un vasto territorio nell'Italia centrale:

- il Ducato di Roma

- l'Esarcato di Ravenna

- la Pentapoli

- la Tuscia romana

- la Sabina.

A questi territori andavano aggiunte le città donate dai re Franchi, come Narni, Populonia, Roselle, Capua, Arce, Arpino.

Il nuovo Stato confinava:

- a nord con l'ex-regno dei Longobardi, divenuto dominio dei Franchi

- ad est con il Ducato longobardo di Spoleto

- a sud con il Ducato longobardo di Benevento.

Il potere dei pontefici non sempre poté esercitarsi effettivamente su tutti i territori a causa di varie rivendicazioni e contestazioni, ma il primo nucleo delle Stato Pontificio era ormai costituito.

 

Carlo Magno

 

 


 

CONSTITUTUM CONSTANTINI
Donazione di Costantino

 

Il Constitutum Constantini, ossia "Decreto di Costantino", meglio conosciuto cone "Donazione di Costantino", è un documento che attribuisce alla Chiesa Romana il potere temporale su Roma, l'Italia e le regioni occidentali dell'Impero Romano mediante una donazione fatta dall'imperatore Costantino a papa Silvestro I nel 324.

L'umanista Lorenzo Valla nel 1440 dimostrò trattarsi di un falso redatto nell'ottavo secolo, al momento della costituzione del primo nucleo dello Stato Pontificio.

Il documento sostiene la superiorità della Chiesa Romana sulle chiese di Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme:

Et sicut nostra est terrena imperialis potentia, eius sacrosanctam Romanam ecclesiam decrevimus veneranter honorare et amplius, quam nostrum imperium et terrenum thronum sedem sacratissimam beati Petri gloriose exaltari, tribuentes ei potestatem et gloriae dignitatem atque vigorem et honorificentiam imperialem.

12. Atque decernentes sancimus, ut principatum teneat tam super quattuor praecipuas sedes Antiochenam, Alexandrinam, Constantinopolitanam et Hierosolymitanam, quamque etiam super omnes in universo orbe terrarum dei ecclesias; et pontifex, qui pro tempore ipsius sacrosanctae Romanae ecclesiae extiterit, celsior et princeps cunctis sacerdotibus totius mundi existat et eius iudicio, quaeque ad cultum dei vel fidei Christianorum stabilitate procuranda fuerint, disponantur.

In base al documento il Palazzo imperiale del Laterano viene concesso a papa Silvestro:

Pro quo concedimus ipsis sanctis apostolis, dominis meis, beatissimis Petro et Paulo et per eos etiam beato Silvestrio patri nostro, summo pontifici et universali urbis Romae papae, et omnibus eius successoribus pontificibus, qui usque in finem mundi in sede beati Petri erunt sessuri atque de praesenti contradimus palatium imperii nostri Lateranense.

Infine le terre dell'Impero romano d'Occidente vengono sottoposte al dominio della Chiesa Romana:

17. Unde ut non pontificalis apex vilescat, sed magis amplius quam terreni imperii dignitas et gloriae potentia decoretur, ecce tam palatium nostrum, ut praelatum est, quamque Romae urbis et omnes Italias seu occidentalium regionum provincias, loca et civitates saepefato beatissimo pontifici, patri nostro Silvestrio, universali papae, contradentes atque relinquentes eius vel successorum ipsius pontificum potestati et ditioni firma imperiali censura per hanc nostram divalem sacram et pragmaticum constitutum decernimus disponenda atque iuri sanctae Romanae ecclesiae concedimus permanenda.

Nel seguito si riporta il testo completo del Constitutum Costantini, in rosso i punti chiave.

 

CONSTITUTUM CONSTANTINI

1. In nomine sanctae et individuae trinitatis patris scilicet et filii et spiritus sancti.

Imperator Caesar Flavius Constantinus in Christo Iesu, uno ex eadem sancta trinitate salvatore domino deo nostro, fidelis mansuetus, maximus, beneficus, Alamannicus, Gothicus, Sarmaticus, Germanicus, Britannicus, Hunnicus, pius, felix, victor ac triumphator, semper augustus, sanctissimo ac beatissimo patri patrum Silvestrio, urbis Romae episcopo et papae, atque omnibus eius successoribus, qui in sede beati Petri usque in finem saeculi sessuri sunt, pontificibus nec non et omnibus reverentissimis et deo amabilibus catholicis episcopis eidem sacrosanctae Romanae ecclesiae per hanc nostram imperialem constitutionem subiectis in universo orbe terrarum, nunc et in posteris cunctis retro temporibus constitutis, gratia, pax, caritas, gaudium, longanimitas, misericordia a deo patre omnipotente et Iesu Christo filio eius et spiritu sancto cum omnibus vobis.

2. Ea quae salvator et redemptor noster dominus deus Iesus Christus, altissimi patris filius, per suos sanctos apostolos Petrum et Paulum, interveniente patre nostro Silvestrio summo pontifice et universali papa, mirabiliter operari dignatus est, liquida enarratione per huius nostrae imperialis institutionis paginam ad agnitionem omnium populorum in universo orbe terrarum nostra studuit propagare mansuetissima serenitas. Primum quidem fidem nostram, quam a praelato beatissimo patre et oratore nostro Silvestrio universali pontifice edocti sumus, intima cordis confessione ad instruendas omnium vestrum mentes proferentes et ita demum misericordiam dei super nos diffusam annuritiantes.

3. Nosse enim vos volumus, sicut per anteriorem nostram sacram pragmaticam iussionem significavimus, nos a culturis idolorum, simulacria mutis et surdis manufactis, diabolicis compositionibus atque ab omnibus Satanae pompis recessisse et ad integram Christianorum fidem, quae est vera lux et vita perpetua, pervenisse credentes iuxta id, quod nos isdem almificus summus pater et doctor noster Silvester instruxit pontifex, in deum patrem omnipotentem, factorem caeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium, et in Iesum Christum, filium eius unicum, dominum deum nostrum, per quem creata sunt omnia, et in spiritum sanctum, dominum et vivificatorem universae creaturae. Hos patrem et filium et spiritum sanctum confitemur, ita ut in trinitate perfecta et plenitudo sit divinitatis et unitas potestatis: pater deus, filius deus et spiritus sanctus deus, et tres unum sunt in Iesu Christo. Tres itaque formae, sed una potestas.

4. Nam sapiens retro semper deus edidit ex se, per quod semper erant gignenda saecula, verbum, et quando eodem solo suae sapientiae verbo universam ex nihilo formavit creaturam, cum eo erat, cuncta suo arcano componens mysterio. Igitur perfectis caelorum virtutibus et universis terrae materiis, pio sapientiae suae nutu ad imaginem et similitudinem suam primum de Iimo terrae fingens hominem, hunc in paradiso posuit voluptatis; quem antiquus serpens et hostis invidens, diabolus, per amarissimum ligni vetiti gustum exulem ab eisdem effecit gaudiis, eoque expulso non desinit sua venenosa multis modis protelare iacula, ut a via veritatis humanum abstrahens genus idolorum culturae, videlicet creaturae et non creatori, deservire suadeat, quatenus per hos eos, quos suis valuerit irretire insidiis, secum aeterno efficiat concremandos supplicio. Sed deus noster, misertus plasmae suae, dirigens sanctos suos prophetas, per quos lumen futurae vitae, adventum videlicet filii sui, domini dei et salvatoris nostri Iesu Christi, annuntians, misit eundem unigenitum suum filium et sapientiae verbum. Qui descendens de caelis propter nostram salutem natus de spiritu sancto et Maria virgine, verbum caro factum est et habitavit in nobis. Non amisit, quod fuerat, sed coepit esse, quod non erat, deum perfectum et hominem perfectum, ut deus mirabilia perficiens et ut homo humanas passiones sustinens. Ita verum hominem et verum deum praedicante patre nostro Silvestrio summo pontifice intellegimus, ut verum deum verum hominem fuisse nullo modo ambigamus; electisque duodecim apostolis, miraculis coram eis et innumerabilis populi multitudine coruscavit. Confitemur eundem dominum Iesum Christum adimplesse legem et prophetas, passum, crucifixum, secundum scripturas tertia die a mortuis resurrexisse, assumptum in caelis atque sedentem ad dexteram patris, inde venturum iudicare vivos et mortuos, cuius regni non erit finis.

5. Haec est enim fides nostra orthodoxa a beatissimo patre nostro Silvestrio summo pontifice nobis prolata; exhortantes idcirco omnem populum et diversas gentium nationes hanc fidem tenere, colere ac praedicare et in sanctae trinitatis nomine baptismi gratiam consequi et dominum Iesum Christum salvatorem nostrum, qui cum patre et spiritu sancto per infinita vivit et regnat saecula, quem Silvester beatissimis pater noster universalis praedicat pontifex, corde devoto adorare.

6. Ipse enim dominus deus noster, misertus mihi peccatori, misit sanctos suos apostolos ad visitandum nos et lumen sui splendoris infulsit nobis et abstracto a tenebris ad veram lucem et agnitionem veritatis me pervenisse gratulamini. Nam dum valida squaloris lepra totam mei corporis invasisset carnem, et multorum medicorum convenientium cura adhiberetur, nec unius quidem promerui saluti; ad haec advenerunt sacerdotes Capitolii, dicentes mihi debere fontem fieri in Capitolio et compleri hunc innocentium infantum sanguine et calente in eo loto me posse mundari. Et secundum eorum dicta aggregatis plurimis innocentibus infantibus, dum vellent sacrilegi paganorum sacerdotes eos mactari et ex eorum sanguine fontem repleri, cernens serenitas nostra lacrimas matrum eorum, ilico exhorrui facinus, misertusque eis proprios illis restitui praecepimus filios, datisque vehiculis et donis concessis gaudentes ad propria relaxavimus.

7. Eadem igitur transacta die, nocturna nobis facta silentia, dum somni tempus advenisset, adsunt apostoli sanctus Petrus et Paulus dicentes mihi: "Quoniam flagitiis posuisti terminum et effusionem sanguinis innocentis horruisti, missi sumus a Christo domino deo nostro, dare tibi sanitatis recuperandae consilium. Audi ergo monita nostra et fac quodcumque indicamus tibi. Silvester episcopus civitatis Romae ad montem Seraptem persecutiones tuas fugiens in cavernis petrarum cum suis clericis latebram fovet. Hunc cum ad te adduxeris, ipse tibi piscinam pietatis ostendet, in qua dum te tertio merserit, omnis te valitudo ista deseret leprae. Quod dum factum fuerit, hanc vicissitudinem tuo salvatori compensa, ut omnes iussu tuo per totum orbem ecclesiae restaurentur, te autem ipsum in hac parte purifica, ut relicta omni superstitione idolorum deum vivum et verum, qui solus est et verus, adores et excolas, ut ad eius voluntatem adtingas."

8. Exsurgens igitur a somno protinus iuxta id, quod a sanctis apostolis admonitus sum, peregi, advocatoque eodem praecipuo et almifico patre et illuminatore nostro Silvestrio universali papa, omnia a sanctis apostolis mihi praecepta edixi verba, percunctatique eum sumus, qui isti dii essent: Petrus et Paulus? Ille vero non eos deos debere dici, sed apostolos salvatoris nostri domini dei Iesu Christi. Et rursum interrogare coepimus eundem beatissimum papam, utrum istorum apostolorum imaginem expressam haberet, ut ex pictura disceremus hos esse, quos revelatio docuerat. Tunc isdem venerabilis pater imagines eorundem apostolorum per diaconem suum exhiberi praecepit. Quas dum aspicerem et eorum, quos in somno videram figuratos, in ipsis imaginibus cognovissem vultus, ingenti clamore coram omnibus satrapibus meis confessus sum eos esse, quos in somno videram.

9. Ad haec beatissimus isdem Silvester pater noster, urbis Romae episcopus, indixit nobis poenitentiae tempus intro palatium nostrum Lateranense in uno cubiculo in cilicio, ut omnia, quae a nobis impie [peracta atque] iniuste disposita fuerant, vigiliis, ieiuniis atque lacrimis et orationibus apud dominum deum nostrum Iesum Christum salvatorem impetraremus. Deinde per manus impositionem clericorum usque ad ipsum praesulem veni, ibique abrenuntians Satanae pompis et operibus eius vel universis idolis manufactis, credere me in deum patrem omnipotentem, factorem caeli et terrae, visibilium et invisibilium, et in Iesum Christum, filium eius unicum, dominum nostrum, qui natus est de spiritu sancto et Maria Virgine, spontanea voluntate coram omni populo professus sum; benedictoque fonte illic me trina mersione unda salutis purificavit. Ibi enim, me posito in fontis gremio, manu de caelo me contingente propriis vidi oculis; de qua mundus exsurgens, ab omni me leprae squalore mundatum agnoscite. Levatoque me de venerabili fonte, indutus vestibus candidis, septemformis sancti spiritus in me consignatione adhibuit beati chrismatis unctionem et vexillum sanctae Crucis in mea fronte linivit dicens: "Signat te deus sigillo fidei suae in nomine patris et filii et spiritus sancti in consignatione fidei." Cunctus clerus respondit: "Amen." Adiecit praesul: "Pax tibi."

10. Prima itaque die post perceptum sacri baptismatis mysterium et post curationem corporis mei a leprae squalore agnovi, non esse alium deum nisi patrem et filium et spiritum sanctum, quem beatissimus Silvester papa praedicat, trinitatem in unitate, unitatem in trinitate. Nam omnes dii gentium, quos usque hactenus colui, daemonia, opera homiritim manufacta comprobantur etenim, quantam potestatem isdem salvator noster suo apostolo beato Petro contulerit in caelo ae terra, lucidissime nobis isdem venerabilis pater edixit, dum fidelem eum in sua interrogatione inveniens ait: "Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam." Advertite potentes et aurem cordis intendite, quid bonus magister et dominus suo discipulo adiunxit inquiens: "Et tibi dabo claves regni caelorum; quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in caelis et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in caelis." Mirum est hoc valde et gloriosum, in terra ligare et solvere et in caelo ligatum et solutum esse.

11. Et dum haec praedicante beato Silvestrio agnoscerem et beneficiis ipsius beati Petri integre me sanitati comperi restitutum, utile iudicavimus una cum omnibus nostris satrapibus et universo senatu, optimatibus etiam et cuncto populo Romano, gloriae imperii nostri subiacenti, ut, sicut in terris vicarius filii dei esse videtur constitutus, etiam et pontifices, qui ipsius principis apostolorum gerunt vices, principatus potestatem amplius, quam terrena imperialis nostrae serenitatis mansuetudo habere videtur concessam, a nobis nostroque imperio obtineant; eligentes nobis ipsum principem apostolorum vel eius vicarios firmos apud deum adesse patronos. Et sicut nostra est terrena imperialis potentia, eius sacrosanctam Romanam ecclesiam decrevimus veneranter honorare et amplius, quam nostrum imperium et terrenum thronum sedem sacratissimam beati Petri gloriose exaltari, tribuentes ei potestatem et gloriae dignitatem atque vigorem et honorificentiam imperialem.

12. Atque decernentes sancimus, ut principatum teneat tam super quattuor praecipuas sedes Antiochenam, Alexandrinam, Constantinopolitanam et Hierosolymitanam, quamque etiam super omnes in universo orbe terrarum dei ecclesias; et pontifex, qui pro tempore ipsius sacrosanctae Romanae ecclesiae extiterit, celsior et princeps cunctis sacerdotibus totius mundi existat et eius iudicio, quaeque ad cultum dei vel fidei Christianorum stabilitate procuranda fuerint, disponantur. Iustum quippe est, ut ibi lex sancta caput teneat principatus, ubi sanctarum legum institutor, salvator noster, beatum Petrum apostolatus obtinere praecepit cathedram, ubi et crucis patibulum sustinens beatae mortis sumpsit poculum suique magistri et domini imitator apparuit, et ibi gentes pro Christi nominis confessione colla flectant, ubi eorum doctor beatus Paulus apostolus pro Christo extenso collo martyrio coronatus est; illic usque in finem quaerant doctorem, ubi sanctum doctoris quiescit corpus, et ibi proni ac humiliati caelestis regis, die salvatoris nostri Iesu Christi, famulentur officio, ubi superbi terreni regis serviebant imperio.

13. Interea nosse volumus omnem populum universarum gentium ac nationum per totum orbem terrarum, construxisse nos intro palatinium nostrum Lateranense eidem salvatori nostro domino deo Iesu Christo ecclesiam a fundamentis cum baptisterio, et duodecim nos sciatis de eius fundamentis secundum numerum duodecim apostolorum cophinos terra onustatos propriis asportasse humeris; quam sacrosanctam ecclesiam caput et verticem omnium ecclesiarum in universo orbe terrarum dici, coli, venerari ac praedicari sancimus, sicut per alia nostra imperialia decreta statuimus. Construximus itaque et ecclesias beatorum Petri et Pauli, principum apostolorum, quas auro et argento locupletavimus, ubi et sacratissima eorum corpora cum magno honore recondentes, thecas ipsorum ex electro, cui nulla fortitudo praevalet elementorum, construximus et crucem ex auro purissimo et gemmis pretiosis per singulas eorum thecas posuimus et elavis aureis oonfiximus, quibus pro concinnatione luminariorum possessionum praedia contulimus, et rebus diversis eas ditavimus, et per nostras imperialium iussionum sacras tam in oriente quam in occidente vel etiam septentrionali et meridiana plaga, videlicet in Iudaea, Graecia, Asia, Thracia, Africa et Italia vel diversis insulis nostram largitatem eis concessimus, ea prorsus ratione, ut per manus beatissimi patris nostri Silvestrii pontificis successorumque eius omnia disponantur.

14. Gaudeat enim una nobiscum omnis populus et gentium nationes in universo orbe terrarum; exhortantes omnes, ut deo nostro et salvatori Iesu Christo immensas una nobiscum referatis grates, quoniam ipse deus in caelis desuper et in terra deorsum, qui nos per suos sanctos visitans apostolos sanctum baptismatis sacramentum percipere et corporis sanitatem dignos effecit. Pro quo concedimus ipsis sanctis apostolis, dominis meis, beatissimis Petro et Paulo et per eos etiam beato Silvestrio patri nostro, summo pontifici et universali urbis Romae papae, et omnibus eius successoribus pontificibus, qui usque in finem mundi in sede beati Petri erunt sessuri atque de praesenti contradimus palatium imperii nostri Lateranense, quod omnibus in toto orbe terrarum praefertur atque praecellet palatiis, deinde diademam videlicet coronam capitis nostri simulque frygium nec non et superhumerale, videlicet lorum, qui imperiale circumdare assolet collum, verum etiam et clamidem purpuream atque tunicam coccineam et omnia imperialia indumenta seu et dignitatem imperialium praesidentium equitum, conferentes etiam et imperialia sceptra simulque et conta atque signa, banda etiam et diversa ornamenta imperialia et omnem processionem imperialis culminis et gloriam potestatis nostrae.

15. Viris enim reverentissimis, clericis diversis ordinibus eidem sacrosanctae Romanas ecclesiae servientibus illud culmen, singularitatem, potentiam et praecellentiam habere sancimus, cuius amplissimus noster senatus videtur gloria adornari, id est patricios atque consules effici, nec non et ceteris dignitatibus imperialibus eos promulgantes decorari; et sicut imperialis militia, ita et clerum sacrosanctae Romanae ecelesiae ornari decernimus; et quemadmodum imperialis potentia officiis diversis, cubiculariorum nempe et ostiariorum atque omnium excubiorum ornatu decoratur, ita et sanctam Romanam ecclesiam decorari volumus; et ut amplissime pontificalis decus praefulgeat, decernimus et hoc, ut clerici eiusdem sanctae Romanae ecclesiae mappulis ex linteaminibus, id est candidissimo colore, eorum decorari equos et ita equitari, et sicut noster senatus calciamenta uti cum udonibus, id est candido linteamine illustrari: ut sicut caelestia ita et terrena ad laudem dei decorentur; prae omnibus autem licentiam tribuentes ipso sanctissimo patri nostro Silvestrio, urbis Romae episcopo et papae, et omnibus, qui post eum in successum et perpetuis temporibus advenerint, beatissimis pontificibus, pro honore et gloria Christi dei nostri in eadem magna dei catholica et apostolica ecclesia ex nostra synclitu, quem placatus proprio consilio clericare voluerit et in numero religiosorum clericorum connumerare, nullum ex omnibus praesurnentem superbe agere.

16. Decrevimus itaque et hoc, ut isdem venerabilis pater noster Silvester, summus pontifex, vel omnes eius successores pontifices diademam videlicet coronam, quam ex capite nostro illi concessimus, ex auro purissimo et gemmis pretiosis uti debeant et eorum capite ad laudem dei pro honore beati Petri gestare; ipse vero sanctissimus papa super coronam clericatus, quam gerit ad gloriam beati Petri, omnino ipsam ex auro non est passus uti coronam, frygium vero candido nitore splendidam resurrectionem dominicam designans eius sacratissimo vertici manibus nostris posuimus, et tenentes frenum equi ipsius pro reverentia beati Petri stratoris officium illi exhibuimus; statuentes, eundem frygium omnes eius successores pontifices singulariter uti in processionibus ad imitationem imperii nostri.

17. Unde ut non pontificalis apex vilescat, sed magis amplius quam terreni imperii dignitas et gloriae potentia decoretur, ecce tam palatium nostrum, ut praelatum est, quamque Romae urbis et omnes Italias seu occidentalium regionum provincias, loca et civitates saepefato beatissimo pontifici, patri nostro Silvestrio, universali papae, contradentes atque relinquentes eius vel successorum ipsius pontificum potestati et ditioni firma imperiali censura per hanc nostram divalem sacram et pragmaticum constitutum decernimus disponenda atque iuri sanctae Romanae ecclesiae concedimus permanenda.

18. Unde congruum prospeximus, nostrum imperium et regni potestatem orientalibus transferri ac transmutari regionibus et in Byzantias provincia in optimo loco nomini nostro civitatem aedificari et nostrum illic constitui imperium; quoniam, ubi principatus sacerdotum et christianae religionis caput ab imperatore caelesti constitutum est, iustum non est, ut illic imperator terrenus habeat potestatem.

19. Haec vero omnia, quas per hanc nostram imperialem sacram et per alia divalia decreta statuimus atque confirmavimus, usque in finem mundi illibata et inconcussa permanenda decernimus; unde coram deo vivo, qui nos regnare praecepit, et coram terribili eius iudicio obtestamus per hoc nostrum imperialem constitutum omnes nostros successores imperatores vel cunctos optimates, satrapes etiam, amplissimum senatum et universum populum in toto orbe terrarum nunc et in posterum cunctis retro temporibus imperio nostro subiacenti, nulli eorum quoquo modo licere, haec, quae a nobis imperiali sanctione sacrosanctae Romanae ecclesiae vel eius omnibus pontificibus concessa sunt, refragare aut confringere vel in quoquam convelli. Si quis autem, quod non credimus, in hoc temerator aut contemptor extiterit, aeternis condemnationibus subiaceat innodatus, et sanctos dei principes apostolorum Petrum et Paulum sibi in praesenti et futura vita sentiat contrarios, atque in inferno inferiori concrematus, cum diabolo et omnibus deficiat impiis.

20. Huius vero imperialis decreti nostri paginam propriis manibus roborantes super venerandum corpus beati Petri, principis apostolorum, posuimus, ibique eidem dei apostolo spondentes, nos cuncta inviolabiliter conservare et nostris successoribus imperatoribus conservanda in mandatis relinqui, beatissimo patri nostro Silvestrio summo pontifici et universali papae eiusque per eum cunctis successoribus pontificibus, domino deo et salvatore nostro Iesu Christo annuente, tradidimus perenniter atque feliciter possidenda.

Et subscriptio imperialis:

Divinitas vos conservet per multos annos, sanctissimi ac beatissimi patres.
Datum Roma sub die tertio Kalendarum Aprilium,
domino nostro Flavio Constantino augusto quater et Gallicano viris clarissimis consulibus.

 

 


 

Riferimenti bibliografici:

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Storia d'Europa - Dalle invasioni barbariche al secolo XVI

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Maometto e Carlomagno

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Rendina C.

I Papi - Storia e segreti

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