Maat - Conoscere la storia per creare il futuro -To know the history to create the future

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MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI FASCISTI
E
MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI ANTIFASCISTI

 

A partire dal 1925 Mussolini intraprese un'opera di vasto cambiamento dello Stato liberale per trasformarlo in uno Stato fascista.

Gli intellettuali vennero chiamati a collaborare a tale cambiamento.

In particolare furono avviate tre iniziative:

- nel 1925 venne creato l'Istituto Nazionale Fascista di Cultura, poi denominato Istituto di Cultura Fascista; ne fu fondatore il filosofo Giovanni Gentile;

- il 18 febbraio 1925 venne fondato l'Istituto Giovanni Treccani per la pubblicazione della Enciclopedia Italiana, di cui fu direttore scientifico Giovanni Gentile;

- con il decreto del 7 giugno 1926, convertito in legge il 25 marzo 1927, venne istituita l'Accademia d'Italia, inaugurata ufficialmente in Campidoglio il 28 ottobre 1929; dal 1930 alla morte (20 luglio 1937) ne fu presidente Guglielmo Marconi; tra gli altri furono membri dell'Accademia:

- Luigi Pirandello, scrittore

- Filippo Tommaso Marinetti, scrittore

- Ardengo Soffici, pittore e scrittore

- Giovanni Papini, scrittore

- Gioacchino Volpe, storico

- Raffaele Pettazzoni, storico delle religioni

- Ildebrando Pizzetti, musicista

- Riccardo Bacchelli, scrittore

- Enrico Fermi, scienziato

- Giulio Aristide Sartorio, pittore

- Adolfo Wildt, scultore

- Salvatore Di Giacomo, poeta

- Alfredo Panzini, scrittore

- Pietro Mascagni, musicista

- Emilio Cecchi, critico d'arte

- Ugo Ojetti, scrittore

- Massimo Bontempelli, scrittore

- Achille Funi, pittore.


GUGLIELMO MARCONI

" L'Accademia d'Italia ha per iscopo di promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservarne puro il carattere nazionale, secondo il genio e le tradizioni della stirpe e di favorirne l'espansione e l'influsso oltre i confini dello Stato" (art. 2 del provvedimento istitutivo della Accademia d'Italia).

 

Nel marzo del 1925 si svolse a Bologna il primo convegno degli intellettuali aderenti al fascismo. A conclusione dei lavori decisero di rendere pubbliche le loro posizioni in un manifesto indirizzato al popolo italiano.

Quando il manifesto apparve sulla stampa, gli intellettuali contrari al fascismo decisero di rispondere con un loro manifesto.

Sono illustri le firme apposte sotto entrambi i manifesti e testimoniano della spaccatura che si stava verificando nel mondo della cultura.

 

LocalitÓ: Italia

Epoca: primavera 1925


INDICE

 

Quadro di riferimento

Manifesto degli intellettuali del fascismo

Manifesto degli intellettuali antifascisti

 


 

QUADRO DI RIFERIMENTO

 

Il Convegno di Bologna

Dall'8 al 30 marzo del 1925 si tenne a Bologna il "Primo Convegno Fascista di Cultura" con una ampia partecipazione di scienziati e artisti dei più vari campi. Nel corso del Convegno venne deciso di preparare un manifesto degli intellettuali aderenti al fascismo.

Manifesto degli intellettuali del fascismo

Il 21 aprile del 1925 venne pubblicato sul Popolo d'Italia, organo del Partito Nazionale Fascista, il "Manifesto degli intellettuali del Fascismo", opera attribuita sia a Benito Mussolini che a Giovanni Gentile.

Tra i firmatari ci furono:

- Giovanni Gentile, filosofo

- Salvatore Pincherle, matematico

- Ugo Spirito, filosofo

- Luigi Pirandello, scrittore

- Ernesto Codignola, pedagogista

- Ardengo Soffici, pittore e scrittore

- Ugo Ojetti, scrittore e critico d'arte

- Antonio Beltramelli, giornalista e scrittore

- Curzio Suckert (ovvero Malaparte), scrittore

- Margherita Sarfatti, intellettuale

- Arrigo Solmi, scrittore

- Gioacchino Volpe, storico

- Giuseppe Ungaretti, poeta

- Guido da Verona, scrittore

- Ildebrando Pizzetti, musicista

- Bruno Barilli, scrittore e compositore

- Ferdinando Martini, scrittore

- Corrado Ricci, storico dell'arte

- Guelfo Civinini, poeta

- Vittorio G. Rossi, scrittore

- Luigi Federzoni, giornalista e politico

- Luigi Barzini, giornalista e scrittore

Manifesto degli intellettuali antifascisti

Il 1° maggio 1925 sul Mondo, giornale vicino alle posizioni liberali, venne pubblicato il "Manifesto degli intellettuali antifascisti". Autore fu Benedetto Croce. Promotore Giovanni Amendola.

Tra i firmatari ci furono:

- Giovanni Ansaldo, giornalista

- Giovanni Amendola, giornalista e politico

- Sem Benelli, drammaturgo

- Emilio Cecchi, critico letterario e d'arte

- Guido De Ruggiero, filosofo e storico della filosofia

- Luigi Einaudi, economista e politico

- Giustino Fortunato, politico

- Sibilla Aleramo, poetessa e scrittrice

- Floriano Del Secolo, giornalista

- Rodolfo Mondolfo, filosofo e storico della filosofia

- Attilio Momigliano, critico e saggista

- Gaetano Mosca, politologo

- Luigi Albertini, giornalista e politico

- Corrado Alvaro, scrittore

- Antonio Banfi, filosofo

- Vincenzo Arangio Ruiz, giurista

- Piero Calamandrei, giurista, scrittore e politico

- Eugenio Montale, poeta

- Carlo Linati, scrittore

- Gaetano Salvemini, storico e politico

- Giuseppe Rensi, filosofo

- Adriano Tilgher, filosofo.

 

Giovanni Gentile

Giovanni Gentile nacque, il 30 maggio 1875, a Castelvetrano (Trapani). Filosofo e uomo politico. Nel 1918 divenne ordinario di Storia della filosofia all'Università di Roma.  Ministro della Pubblica lstruzione nel primo governo Mussolini (ottobre 1922 - giugno 1924), attuò una radicale riforma della scuola italiana. Fu nominato senatore nel 1922, all'età di 47 anni. Nel 1925 fondò l'lstituto Fascista di Cultura.

Dal 1925 e fino all'anno della sua morte, Gentile ebbe la direzione scientifica della ''Enciclopedia italiana'', alla cui realizzazione chiamò a collaborare intellettuali italiani di valore, al di fuori di ogni idea politica e nel pieno rispetto del loro lavoro.  Dal novembre 1943 alla morte fu presidente dell'Accademia d'Italia. Giovanni Gentile venne ucciso a Firenze, il 15 aprile 1944, da un gruppo di partigiani comunisti. Aveva 69 anni.

 

 

Benito Mussolini

Benito Mussolini nacque il 29 luglio 1883 a Predappio (Forlì). Nel dicembre 1912, a 29 anni, fu nominato direttore del quotidiano Avanti, organo del Partito Socialista Italiano. Nel 1914 venne espulso dal partito per la sua posizione interventista.

Nel marzo 1919 fondò i Fasci di Combattimento. Dal 1922 al 25 luglio 1943 fu Presidente del Consiglio. Imprigionato da Vittorio Emanuele III il 25 luglio, venne liberato dai tedeschi il 12 settembre.

Il 18 settembre 1943 annunciò la costituzione della Repubblica Sociale Italiana. Il 28 aprile del 1945 venne ucciso dai partigiani. Aveva 62 anni.

 

 

Benedetto Croce

Benedetto Croce nacque il 25 febbraio 1866 a Pescasseroli. Filosofo e uomo politico. Nel 1910, a 44 anni, entra a far parte del Senato del Regno. Nel 1920 diviene Ministro della Pubblica Istruzione nel quinto ed ultimo ministero Giolitti, carica che ricoprirà fino all'anno successivo. Dopo un'iniziale adesione al fascismo rifiuta di assumere cariche pubbliche nel primo gabinetto Mussolini.

Nel 1924, a 58 anni, dopo il delitto Matteotti, rompe i suoi rapporti con il Partito Nazionale Fascista ed aderisce al Partito Liberale italiano. Nell'aprile del 1944, a 78 anni, entra a far parte del secondo governo Badoglio come ministro senza portafoglio. Entra anche nel governo Bonomi sempre come ministro senza portafoglio.

Nel 1946-1947 partecipa all'Assemblea Costituente. Nel 1948 diviene senatore della prima legislatura repubblicana. Muore a Napoli il 20 novembre 1952 all'età di 86 anni.

 

 

Giovanni Amendola

Giovanni Amendola nacque a Roma il 15 aprile 1882 da famiglia salernitana. Giornalista (La Voce, Resto del Carlino, Corriere della sera) e uomo politico liberale. Deputato nel 1919. Ministro delle colonie nel governo Facta del 1922.

Nel 1922 è tra i fondatori del Mondo. Nel 1924 viene eletto nelle liste che si opponevano alla coalizione guidata dal Partito Nazionale Fascista. Fu il leader morale della opposizione.

Morì, all'età di 44 anni, a Cannes il 12 aprile del 1926 per le conseguenze della aggressione subita nel 1925 a Montecatini ad opera di alcune frange fasciste estremiste.

 

 



MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI DEL FASCISMO

 

 

Il Fascismo è un movimento recente ed antico dello spirito italiano, intimamente connesso alla storia della Nazione italiana, ma non privo di significato e interesse per tutte le altre.

Le sue origini prossime risalgono al 1919, quando intorno a Benito Mussolini si raccolse un manipolo di uomini reduci dalle trincee e risoluti a combattere energicamente la politica demosocialista allora imperante. La quale della grande guerra, da cui il popolo italiano era uscito vittorioso ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere se non lo negava apertamente il valore morale rappresentandola agli italiani da un punto di vista grettamente individualistico e utilitaristico come somma di sacrifici, di cui ognuno per parte sua doveva essere compensato in proporzione del danno sofferto, donde una presuntuosa e minacciosa contrapposizione dei privati allo Stato, un disconoscimento della sua autorità, un abbassamento del prestigio del Re e dell'Esercito, simboli della Nazione soprastanti agli individui e alle categorie particolari dei cittadini e un disfrenarsi delle passioni e degl'istinti inferiori, fomento di disgregazione sociale, di degenerazione morale, di egoistico e incosciente spirito di rivolta a ogni legge e disciplina.

L'individuo contro lo Stato; espressione tipica dell'aspetto politico della corruttela degli anni insofferenti di ogni superiore norma di vita umana che vigorosamente regga e contenga i sentimenti e i pensieri dei singoli.

Il Fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio dell'individuo a un'idea in cui l'individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto; idea che è Patria, come ideale che si viene realizzando storicamente senza mai esaurirsi, tradizione storica determinata e individuata di civiltà ma tradizione che nella coscienza del cittadino, lungi dal restare morta memoria del passato, si fa personalità consapevole di un fine da attuare, tradizione perciò e missione.

Di qui il carattere religioso del Fascismo.

Questo carattere religioso e perciò intransigente, spiega il metodo di lotta seguito dal Fascismo nei quattro anni dal '19 al '22.

I fascisti erano minoranza, nel Paese e in Parlamento, dove entrarono, piccolo nucleo, con le elezioni del 1921.

Lo Stato costituzionale era perciò, e doveva essere, antifascista, poiché era lo Stato della maggioranza, e il fascismo aveva contro di sé appunto questo Stato che si diceva liberale; ed era liberale, ma del liberalismo agnostico e abdicatorio, che non conosce se non la libertà esteriore.

Lo Stato che è liberale perché si ritiene estraneo alla coscienza del libero cittadino, quasi meccanico sistema di fronte all'attività dei singoli.

Non era perciò, evidentemente, lo Stato vagheggiato dai socialisti, quantunque i rappresentanti dell'ibrido socialismo democratizzante e parlamentaristico, si fossero, anche in Italia, venuti adattando a codesta concezione individualistica della concezione politica.

Ma non era neanche lo Stato, la cui idea aveva potentemente operato nel periodo eroico italiano del nostro Risorgimento, quando lo Stato era sorto dall'opera di ristrette minoranze, forti della forza di una idea alla quale gl'individui si erano in diversi modi piegati e si era fondato col grande programma di fare gli italiani, dopo aver dato loro l'indipendenza e l'unità.

Contro tale Stato il Fascismo si accampò anch'esso con la forza della sua idea la quale, grazie al fascino che esercita sempre ogni idea religiosa che inviti al sacrificio, attrasse intorno a sé un numero rapidamente crescente di giovani e fu il partito dei giovani (come dopo i moti del '31 da analogo bisogno politico e morale era sorta la "Giovane Italia" di Giuseppe Mazzini).

Questo partito ebbe anche il suo inno della giovinezza che venne cantato dai fascisti con gioia di cuore esultante!

E cominciò a essere, come la "Giovane Italia" mazziniana, la fede di tutti gli Italiani sdegnosi del passato e bramosi del rinnovamento.

Fede, come ogni fede che urti contro una realtà costituita da infrangere e fondere nel crogiolo delle nuove energie e riplasmare in conformità del nuovo ideale ardente e intransigente.

Era la fede stessa maturatasi nelle trincee e nel ripensamento intenso del sacrificio consumatosi nei campi di battaglia pel solo fine che potesse giustificarlo: la vita e la grandezza della Patria.

Fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla grandezza della Patria.

Sorse così lo squadrismo. Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato.

Lo squadrismo agì contro le forze disgregatrici antinazionali, la cui attività culminò nello sciopero generale del luglio 1922 e finalmente osò l'insurrezione del 28 ottobre 1922, quando colonne armate di fascisti, dopo avere occupato gli edifici pubblici delle province, marciarono su Roma.

La Marcia su Roma, nei giorni in cui fu compiuta e prima, ebbe i suoi morti, soprattutto nella Valle Padana. Essa, come in tutti i fatti audaci di alto contenuto morale, si compì dapprima fra la meraviglia e poi l'ammirazione e infine il plauso universale.

Onde parve che a un tratto il popolo italiano avesse ritrovato la sua unanimità entusiastica della vigilia della guerra, ma più vibrante per la coscienza della vittoria già riportata e della nuova onda di fede ristoratrice venuta a rianimare la Nazione vittoriosa sulla nuova via faticosa della urgente restaurazione della sue forze finanziarie e morali.

Codesta Patria è pure riconsacrazione delle tradizioni e degli istituti che sono la costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni.

Ed è scintilla di subordinazione di ciò che è particolare ed inferiore a ciò che è universale ed immortale, è rispetto della legge e disciplina, è libertà ma libertà da conquistare attraverso la legge, che si instaura con la rinuncia a tutto ciò che è piccolo arbitrio e velleità irragionevole e dissipatrice.

E' concezione austera della vita, è serietà religiosa, che non distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare, e non dipinge ideali magnifici per relegarli fuori di questo mondo, dove intanto si possa continuare a vivere vilmente e miseramente, ma è duro sforzo di idealizzare la vita ed esprimere i propri convincimenti nella stessa azione o con parole che siano esse stesse azioni.

 

I


 

MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI ANTIFASCISTI

 

Gl'intellettuali fascisti, riuniti in congresso a Bologna, hanno indirizzato un manifesto agl'intellettuali di tutte le nazioni per spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito fascista.

Nell'accingersi a tanta impresa, quei volenterosi signori non debbono essersi rammentati di un consimile famoso manifesto, che, agli inizi della guerra europea, fu bandito al mondo dagl'intellettuali tedeschi; un manifesto che raccolse, allora, la riprovazione universale, e più tardi dai tedeschi stessi fu considerato un errore.

E, veramente, gl'intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell'arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l'iscriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l'opera dell'indagine e della critica e le creazioni dell'arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale affinché con effetti sempre più benefici, combattano le lotte necessarie.

Varcare questi limiti dell'ufficio a loro assegnato, contaminare politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore generoso.

E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto che risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui travagli non è lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.

Nella sostanza, quella scrittura è un imparaticcio scolaresco, nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal filati raziocini; come dove si prende in iscambio l'atomismo di certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo col liberalismo democratico del secolo decimonono, cioè l'antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la concezione sommamente storica della libera gara e dell'avvicendarsi dei partiti al potere, onde, mercé l'opposizione, si attua quasi graduandolo, il progresso; o come dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa sottomissione degl'individui al tutto, quasi che sia in questione ciò, e non invece la capacità delle forme autoritarie a garantire il più efficace elevamento morale; o, ancora, dove si perfidia nel pericoloso indiscernimento tra istituti economici, quali sono i sindacati, ed istituti etici, quali sono le assemblee legislative, e si vagheggia l'unione o piuttosto la commistione dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o quanto meno, al reciproco impedirsi.

E lasciamo da parte le ormai note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni storiche. Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell'abuso che si fa della parola "religione"; perché, a senso dei signori intellettuali fascisti, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte la quale, le sta sopra e alla quale dovrà pur acconciarsi; e ne recano a prova l'odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani.

Chiamare contrasto di religione l'odio e il rancore che si accendono contro un partito che nega ai componenti degli altri partiti il carattere di italiani e li ingiuria stranieri, e in quell'atto stesso si pone esso agli occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce così nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propri di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e l'animosità sparsi dappertutto, che hanno tolto persino ai giovani delle università l'antica e fidente fratellanza nei comuni e giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in sembianti ostili; è cosa che suona, a dir vero, come un'assai lugubre facezia.

In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e, d'altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all'autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura e di conati sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo.

E se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o avviati dal governo presente, non è in essi nulla che possa vantarsi di un'originale impronta, tale da dare indizio di nuovo sistema politico che si denomini dal fascismo.

Per questa caotica e inafferrabile "religione" noi non ci sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due secoli e mezzo è stata l'anima dell'Italia che risorgeva, dell'Italia moderna; quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia, di generoso senso umano e civile, di zelo per l'educazione intellettuale e morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni avanzamento.

Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini del Risorgimento, di coloro che per l'Italia operarono, patirono e morirono; e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri avversari, e gravi e ammonitori a noi perché teniamo salda la loro bandiera.

La nostra fede non è un'escogitazione artificiosa ed astratta o un invasamento di cervello cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma è il possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale o morale.

Ripetono gli intellettuali fascisti, nel loro manifesto, la trita frase che il Risorgimento d'Italia fu l'opera di una minoranza; ma non avvertono che in ciò appunto fu la debolezza della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza di gran parte dei cittadini d'Italia innanzi ai contrasti fra il fascismo e i suoi oppositori.

I liberali di tal cosa non si compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire chiamando sempre maggior numero di italiani alla vita pubblica; e in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei più disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.

Perfino il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista, ebbe tra i suoi sottintesi la speranza che, mercé di esso, nuove e fresche forze sarebbero entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici.

Ma non fu mai nei loro pensieri di mantenere nell'inerzia e nell'indifferenza il grosso della nazione, appoggiandone taluni bisogni materiali, perché sapevano che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici o quetistici.

Anche oggi, né quell'asserita indifferenza e inerzia, né gl'inadempimenti che si frappongono alla libertà, c'inducono a disperare o a rassegnarci.

Quel che importa è che si sappia ciò che si vuole e che si voglia cosa d'intrinseca bontà. La presente lotta politica in Italia varrà, per ragioni di contrasto, a ravvivare e a fare intendere in modo più profondo e più concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi liberali, e a farli amare con più consapevole affetto.

E forse un giorno, guardando serenamente al passato, si giudicherà che la prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio che l'Italia doveva percorrere per ringiovanire la sua vita nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in modo più severo i suoi doveri di popolo civile.

 

 

 


 

Riferimenti bibliografici:

Baghino Cesco Giulio - Marino Enzo
L'Accademia d'Italia. Motore della cultura

Iiriti Editore

De Felice Renzo
Autobiografia del fascismo - Antologia di testi fascisti 1919-1945

Einaudi

De Felice Renzo
Mussolini

Einaudi

Longo Gisella
L'Istituto Nazionale Fascista di Cultura. Da Giovanni Gentile a Camillo Pelizzi (1925-1943)

Pellicani

Papa Emilio R.
Fascismo e cultura

Marsilio

Pini Giorgio - Susmel Duilio
Mussolini. L'uomo e l'opera

La Fenice

Salvatorelli Luigi - Mira G.
Storia d'Italia nel periodo fascista

Einaudi

Staglieno Marcello
Arnaldo e Benito

Mondadori

Tamaro Attilio
Venti anni di storia. 1922-1943

Editrice Tiber


 
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