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GIUSEPPE MAZZINI

E

"I DOVERI DELL'UOMO"

 

Giuseppe Mazzini

"Adoro la mia patria perché adoro la Patria;
la nostra libertà, perch'io credo nella Libertà;
i nostri diritti, perché credo nel Diritto"

 

LocalitÓ: Europa

Epoca: XIX secolo

 


Riferimenti ad articoli di argomento similare:

Giuseppe Garibaldi ed il Regno delle Due Sicilie

1849 - Repubblica Romana

 


 

Giuseppe Mazzini

I primi anni (1805-1827)

Carbonaro (1828-1831)

Esule in Francia (1831-1833)

Esule in Svizzera (1833-1837)

Esule a Londra (1837-1848)

A Milano (aprile-agosto 1848)

Esule in Svizzera (agosto 1848-gennaio 1849)

In Toscana (febbraio 1849)

A Roma (marzo-luglio 1849)

Esule a Londra (luglio 1849-luglio 1859)

A Firenze (agosto-settembre 1859)

Esule a Londra (dicembre 1859-aprile 1860)

A Genova (maggio-agosto 1860)

A Napoli (settembre-dicembre 1860)

Esule a Londra (dicembre 1860-luglio 1868)

Ultimi anni (agosto 1868-marzo 1872)

 

 

I doveri dell'uomo
(estratti)

I - Introduzione

II - Dio

III - La Legge

IV - Doveri verso l'umanità

V - Doveri verso la Patria

VI - Doveri verso la famiglia

VII - Doveri verso se stesso

VIII - Libertà

IX - Educazione

X - Associazione - Progresso

XI - Questione economica

§ 1 [Lavoro]

§ 2 [Proprietà]

§ 3 [Comunismo]

§ 4 [Associazioni]

Conclusione

§ 1 [Provvedimenti economici]

§ 2 [Esortazioni]

 


GIUSEPPE MAZZINI

 

Giuseppe Mazzini

Mazzini, i primi anni (1805-1827)

Giuseppe Mazzini nacque a Genova il 22 giugno 1805 da Giacomo Mazzini, ex giacobino, e Maria Drago.

Giacomo era laureato in medicina. Professore all'università di Genova, nel 1823 ebbe la cattedra di Patologia e Igiene e nel 1830 quella di Anatomia e Fisiologia.

A cinque anni la sua educazione cominciò ad essere curata da don Luca Agostino De Scalzi, un sacerdote giansenista.

Nel 1817 Stefano De Gregori, un altro giansenista, preparò Giuseppe per l'ammissione all'università.

A quattordici anni, nel novembre 1919, entrò all'università. Dopo pochi mesi di Giurisprudenza passò a Medicina.

Il 21 giugno 1820 venne arrestato per condotta disordinata, essendo stato implicato in una rissa tra due scuole per i posti in chiesa.

Il 10 marzo 1821 scoppiarono dei moti rivoluzionari in Piemonte. Tumulti si ebbero a Genova dal 20 al 23 marzo.

Il 20 aprile le truppe occuparono l'università, che venne chiusa a tempo indeterminato. Venne riaperta solo nel novembre 1823.

Mazzini ritornò a Giurisprudenza e terminò gli studi nella primavera del 1827, a ventidue anni.

 

Mazzini, carbonaro (1828-1831)

Si dedicò alla critica letteraria. Nel 1828 scrisse sul settimanale L'indicatore genovese, che venne chiuso dalle autorità piemontesi nel dicembre dello stesso anno.

Mazzini passò a scrivere su L'indicatore livornese, che venne soppresso dal governo toscano.

Nel 1827 venne iniziato alla carboneria ad opera di Raimondo Doria.

Nel 1829 venne promosso al secondo livello della carboneria.

Nel 1830 fondò delle cellule carbonare in Toscana.

Il 13 dicembre 1830 Mazzini, venticinque anni, venne arrestato e imprigionato nel carcere di Savona.

Il 9 gennaio 1831 veniva rilasciato.

Il 28 gennaio un decreto reale diede a Mazzini la possibilità di scegliere tra l'espatrio e il confino. Scelse l'espatrio e partì per la Francia non da esiliato politico ma con regolare passaporto piemontese. Bartolomeo Alberti, zio materno, cittadino francese, accompagnò il nipote prima a Ginevra e poi a Parigi.

 

Mazzini, esule in Francia (1831-1833)

Mazzini, ventisei anni, entrò in contatto con gli esuli politici e alla fine di febbraio del 1831 si recò a Lione, dove si erano radunati i congiurati per entrare nella Savoia.

Il 26 febbraio i francesi disarmarono i duemila esiliati.

Mazzini si diresse a Tolone e poi a Marsiglia dove si imbarcò per la Corsica in cui si preparava un'altra spedizione a supporto dei patrioti in rivolta nella pianura padana.

I genitori rintracciarono Giuseppe e lo invitarono a raggiungere lo zio che lo aspettava a Marsiglia.

A Marsiglia Mazzini prese contatto con altri esiliati. I genitori, dopo un consulto con lo zio, decisero di continuare a sostenerlo economicamente.

Nell'aprile del 1831 Mazzini entrò nella società segreta degli apofasimeni, guidata dal Carlo Bianco de Saint-Jorioz, un nobile ufficiale piemontese.

Il Bianco mise in contatto Mazzini con Filippo Buonarroti, un pisano che aveva preso parte alla rivoluzione francese.

Nel luglio 1831 Mazzini fondò la Giovine Italia, che in parte era un moderno partito politico e in parte un movimento segreto. Finanziatori erano ricchi emigrati lombardi che speravano di poter recuperare i loro possedimenti sequestrati con la caduta del governo austriaco.

Accanto a Mazzini furono anche esiliati del ducato di Modena e alcuni veneziani.

Nell'ottobre del 1831 la polizia piemontese comunicò alla famiglia Mazzini che Giuseppe doveva considerarsi bandito dal regno. Se fosse tornato a casa sarebbe stato arrestato.

Nel marzo 1832 iniziarono le pubblicazioni del giornale Giovine Italia.

Nell'agosto del 1832 nacque Joseph Démosthène Adolphe Aristide, figlio della nobile milanese Giuditta Bellerio e quasi sicuramente di Giuseppe Mazzini. Joseph morì nel 1835.

Nell'agosto dello stesso anno il governo francese ordinò a Mazzini di lasciare la Francia. Per un anno Mazzini rimase sul suolo francese sfuggendo alla polizia, poi nel luglio 1833 partì per Ginevra.

 

Mazzini, esule in Svizzera (1833-1837)

Da Ginevra Mazzini organizzò un attacco alla Savoia. Il 10 ottobre 1833 si accordò con l'ufficiale genovese Gerolamo Ramorino, che affermava di essere stato capitano nell'armata di Napoleone.

Due colonne dovevano partire dalla Francia, due dalla Svizzera. Genova doveva insorgere.

Il 1° febbraio 1834 poche centinaia di uomini si misero in marcia. Fu un fallimento completo.

Ramorino si dimostrò assolutamente negligente, forse volutamente. La popolazione non insorse. Anche a Genova la ribellione non ebbe luogo. Giuseppe Garibaldi, allora di ventisette anni, disertò inutilmente dalla marina piemontese e dovette rifugiarsi all'estero.

Il 15 aprile 1834 a Ginevra venne fondata la Giovine Europa.

Nel 1835 Mazzini scrisse Fede e Avvenire.

Nel 1836 scrisse La filosofia della musica.

Il 28 maggio 1836 Mazzini venne arrestato dagli svizzeri. L'arresto non durò più di un giorno, ma ormai la situazione si stava facendo sempre più difficile.

All'inizio del 1837 Mazzini lasciò la Svizzera per recarsi in Inghilterra.

 

Mazzini, esule a Londra (1837-1848)

Il 12 gennaio 1837, trentadue anni, Mazzini arrivò a Londra.

Pubblicò alcuni articoli sul quotidiano francese Le Monde, allora diretto da Lamennais.

Sulla London and Westminster Review di John Stuart Mill scrisse di letteratura italiana.

Il 30 aprile 1840 annunciò la rinascita della Giovine Italia, che venne affiancata dalla Unione degli operai italiani.

Il 10 novembre 1841 venne inaugurata la Libera scuola per i lavoratori.

Nel 1842 entrò in contatto con la Christian Alliance, una organizzazione protestante americana. Mazzini avrebbe contrabbandato Bibbie in Italia e con il denaro ricavato avrebbe comprato armi.

Nell'agosto del 1842 Mazzini stabilì delle comunicazioni con Attilio Bandiera, veneto, ufficiale della marina austriaca. Anche il fratello minore Emilio era un indipendentista, a differenza del loro padre, un ammiraglio austriacante.

Nel luglio 1844, sulla base di informazioni totalmente errate, i fratelli Bandiera ed altri diciannove compagni, sbarcarono in Calabria. Le truppe napoletane li intercettarono immediatamente. I due fratelli e altri sette patrioti vennero messi a morte. Le lettere di Mazzini ai Bandiera erano state intercettate dal governo inglese che aveva provveduto ad informare gli austriaci.

Nell'ottobre del 1845 venne lanciato il National Fund for Action, una raccolta di fondi per la liberazione dell'Italia.

Nell'aprile del 1847 venne annunciata la People's International League, una iniziativa educativa.

Il 12 ottobre Mazzini si recò per due mesi a Parigi. Avvertì che qualcosa si stava muovendo in Europa.

Nel gennaio 1848 Palermo insorse contro i Borbone. Re Ferdinando concesse la costituzione.

In febbraio a Parigi scoppiò la rivoluzione.

Mazzini inviò Giacomo Medici in Uruguay per chiedere a Giuseppe Garibaldi di ritornare in Italia con mille volontari.

Il 4 marzo Carlo Alberto, re di Piemonte e Sardegna, concesse la costituzione.

Milano e Venezia insorsero.

Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria.

 

Mazzini, a Milano (aprile-agosto 1848)

Il 1° marzo Mazzini lasciò Londra per Parigi, poi rientrò a Londra.

Alla notizia della rivolta dei milanesi si precipitò a Parigi.

Ottenne l'appoggio di Alphonse de Lamartine, capo del governo provvisorio repubblicano francese.

Mazzini rientrò in Italia il 7 aprile. L'8 arrivò a Milano. Fu accolto come un trionfatore da una folla osannante.

Tra gli altri erano presenti Nino Bixio e Goffredo Mameli.

Carlo Alberto lo invitò a candidarsi per il nuovo parlamento.

Mazzini prese parte alle sedute del governo provvisorio milanese.

Figura di spicco lombarda era Carlo Cattaneo, repubblicano, economista, poco incline agli slanci religiosi di Mazzini.

Altro personaggio importante era Giuseppe Ferrari, economista, repubblicano, filofrancese.

Ferrari indisse un incontro tra i repubblicani per il 30 aprile 1848.

Il governo provvisorio, in mano ai moderati, era favorevole all'annessione al Piemonte.

Cattaneo e Ferrari si dichiararono favorevoli ad un ritorno dell'Austria piuttosto che cadere sotto il governo militarista ed economicamente arretrato piemontese.

Mazzini cercò vanamente di mediare.

Il giorno del Corpus Domini Mazzini prese parte alla cerimonia religiosa.

L'8 giugno una vasta maggioranza votò per l'annessione al Piemonte.

Mazzini si era opposto al plebiscito per l'annessione in tempo di guerra.

In breve Mazzini era riuscito a farsi nemici i repubblicani che lo sospettavano di essere filopiemontese, ed i monarchici sabaudi che lo sospettavano di essere un estremista repubblicano.

La sconfitta piemontese del 25 luglio a Custoza e l'armistizio del 5 agosto riunì i repubblicani che non volevano accettare l'armistizio e proponevano una estrema difesa della città.

Intanto era arrivato Garibaldi con sessanta volontari.

Mazzini ordinò a Garibaldi di liberare Bergamo e Brescia.

Il 30 luglio Garibaldi uscì da Milano con duecento volontari.

Altri trecento repubblicani guidati da Giacomo Medici raggiunsero Garibaldi. Mazzini si unì a loro come soldato semplice.

Fino al 9 agosto Mazzini combatté al fianco di Garibaldi portando la bandiera del battaglione. Poi si trasferì a Lugano, in Svizzera, per organizzare i rinforzi.

Dopo tre settimane anche Garibaldi riparò in Svizzera.

 

Mazzini, esule in Svizzera (agosto 1848-gennaio 1849)

Il governo svizzero cercò di espellere Mazzini, che tuttavia riuscì a trattenersi in territorio elvetico per alcuni mesi.

Il 13 dicembre 1848 morì Giacomo Mazzini.

Il 6 gennaio 1849 Mazzini lasciò la Svizzera per Marsiglia.

 

Mazzini, in Toscana (febbraio 1849)

Appena arrivato nella città di mare Mazzini, quarantaquattro anni, seppe di essere stato eletto all'assemblea costituente della Repubblica Romana.

Il 6 febbraio 1849 partì da Marsiglia per Livorno dove arrivò l'8 febbraio.

Si recò a Firenze, controllata dai repubblicani Guerrazzi e Montanelli.

Mazzini avrebbe voluto unire Roma e Firenze.

Il 18 febbraio proclamò le sue intenzioni alla folla.

Guerrazzi affossò ogni speranza di unione con Roma.

Mazzini lasciò Firenze per Roma.

 

Mazzini, a Roma (marzo-luglio 1849)

Il 5 marzo Mazzini entrò in Roma da Porta del popolo.

Il giorno dopo entrò nell'assemblea costituente come semplice rappresentante.

Il 29 marzo arrivò la notizia che l'esercito piemontese era stato sconfitto a Novara il 23 marzo.

Venne costituito un triumvirato con Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi.

La Repubblica Romana venne riconosciuta solo dagli Stati Uniti d'America.

Luigi Bonaparte, presidente della Repubblica Francese, dichiarò che avrebbe impedito l'espandersi dell'influenza in Italia dell'Austria in caso di sconfitta del Piemonte.

Mazzini cadde nella trappola. Credette che le truppe francesi sbarcate il 25 aprile a Civitavecchia fossero di sostegno alla Repubblica Romana.

Garibaldi si impegnò nella difesa di Roma contro le truppe francesi che il 30 aprile attaccarono dal lato del Gianicolo.

Mazzini intraprese trattative con il plenipotenziario francese Lesseps. Ma sia Lesseps che Mazzini vennero ingannati da Luigi Bonaparte. In realtà alla Francia serviva tempo per trasferire altre truppe a Civitavecchia.

Il 17 maggio Mazzini e Lesseps definirono un primo accordo.

Il 31 maggio l'accordo venne perfezionato e firmato.

Il primo giugno i francesi annunciarono che avrebbero ripreso le ostilità il 4 giugno.

Il 3 giugno attaccarono di sorpresa.

Garibaldi difese disperatamente Roma.

Il 30 giugno Garibaldi annunciò che era impossibile continuare a difendere la città.

Il 2 luglio quattromila uomini, sotto la guida di Garibaldi, iniziarono la famosa ritirata che si concluse tragicamente con la morte di Anita nella pineta di Ravenna.

Mazzini rimase a Roma fino al 13 luglio.

Il 16 luglio con un passaporto americano si imbarcò a Civitavecchia per Marsiglia, da dove ripartì immediatamente per Ginevra.

 

Mazzini, esule a Londra (luglio 1849-luglio 1859)

Gli svizzeri volevano espellerlo e i sabaudi volevano rapirlo per processarlo a Torino.

Il tentativo di rapimento fallì. Mazzini si trasferì a Losanna. Con lui erano Aurelio Saffi e Carlo Pisacane.

Venne costituita la Associazione nazionale italiana allo scopo di raccogliere fondi necessari per il nuovo giornale Italia del popolo.

L'Italia del popolo venne pubblicata dal settembre 1849 al febbraio 1851.

In Piemonte, nel 1849, era stano nominato capo del governo Massimo D'Azeglio, un patriota aristocratico che odiava Mazzini. Rimarrà al potere fino al 1852.

Nel maggio 1850 Mazzini si trasferì a Parigi in attesa di una rivoluzione, che non scoppiò, contro Luigi Napoleone.

Alla fine di maggio del 1850 Mazzini raggiunse Londra.

Venne costituita la Friends of Italy Society.

A Londra si stabilì il Comitato nazionale italiano, formato da Mazzini, Mattia Montecchi e Aurelio Saffi, una specie di governo in esilio della Repubblica Romana.

Il Comitato democratico europeo si occupò di raccogliere fondi per la liberazione di tutte le popolazioni d'Europa oppresse.

Nel gennaio del 1852 gli austriaci arrestarono Enrico Tazzoli e provocarono gravi danni alla rete mazziniana della Lombardia.

Il 9 agosto 1852 morì Maria Drago, la madre di Giuseppe Mazzini.

Nel novembre del 1852 Cavour successe a D'Azeglio.

L'8 gennaio 1853 Mazzini giunse a Lugano per organizzare una cospirazione antiaustriaca in Lombardia.

Il 9 febbraio la rivoluzione a Milano fallì. Mazzini ritornò a Londra.

Nella primavera dl 1853 venne costituito il Partito d'azione, che aveva per motto "Cospirare per fare".

Nell'autunno 1853 venne tentata da Felice Orsini, con l'accordo di Mazzini, una insurrezione in Lunigiana, da dove si pensava di sollevare i ducati di Parma e Modena, la Toscana e il Regno di Sardegna. Per due volte si tentò inutilmente di sbarcare poi si dovette rinunciare.

Nel 1854 Mazzini si recò in Svizzera. Una spedizione di Felice Orsini in maggio si concluse con l'arresto del patriota da parte degli austriaci.

Il 28 aprile 1855 un mazziniano, Giovanni Pianori, sparò all'imperatore Napoleone III, che non era altro che l'ex presidente della Repubblica Francese Luigi Bonaparte. L'attentato non ebbe successo e Pianori fu ghigliottinato.

Nel maggio 1857 Mazzini si recò di nascosto a Genova per organizzare una spedizione nel sud dell'Italia. Garibaldi aveva rifiutato di parteciparvi. Il comando venne preso da Carlo Pisacane.

I congiurati partirono da Genova alla fine di giugno. Sbarcarono a Sapri. Vennero immediatamente uccisi o fatti prigionieri. Pisacane si suicidò. Mazzini venne condannato a morte in contumacia. Cavour lo definì "il capo di un'orda di feroci e fanatici assassini".

Tornato a Londra, Mazzini fondò il giornale Pensiero e Azione.

Il 14 gennaio 1858 Felice Orsini, fuggito dalla fortezza di Mantova dove era prigioniero degli austriaci, fece un attentato contro Napoleone III, che uscì illeso dalla deflagrazione della bomba. Mazzini fu sospettato di aver appoggiato l'attentatore, ma molto probabilmente non ebbe alcuna parte nel progetto.

 

Mazzini, a Firenze (agosto-settembre 1859)

Il 29 aprile 1859 l'Austria dichiarò guerra al Piemonte. La Francia scese a fianco del Piemonte. Aveva inizio la seconda guerra d'indipendenza.

L'11 luglio venne firmato l'armistizio tra austriaci e francesi. La Lombardia venne annessa al Piemonte. Cavour si dimise perché, in disaccordo con re Vittorio Emanuele II, avrebbe voluto proseguire la guerra e liberare il Veneto.

Alla fine di luglio Mazzini partì da Londra diretto in Italia.

A Milano trovò i patrioti in festa per l'annessione al Piemonte. I trionfatori erano Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

L'8 agosto Mazzini giunse a Firenze, dove era stato costituito un governo provvisorio con a capo il barone Bettino Ricasoli. Inviso alle autorità, dovette nascondersi e vivere sotto falso nome, tuttavia la polizia ebbe ordine di non arrestarlo.

Mazzini avrebbe voluto far partire dalla Toscana una spedizione per liberare la Sicilia.

A settembre Ricasoli indusse Mazzini a lasciare Firenze.

Il genovese si recò a Lugano da dove cercò inutilmente di convincere Garibaldi a porsi a capo di una spedizione nello Stato Pontificio.

 

Mazzini, esule a Londra (dicembre 1859-aprile 1860)

A dicembre 1859 Mazzini tornò a Londra, dove rimase fino ad aprile 1860.

Nel gennaio 1860 Cavour tornò al governo.

In aprile i mazziniani Pilo e Corrao partirono per sostenere una rivolta in Sicilia. I moti siciliani dovevano preparare l'arrivo di Garibaldi.

 

Mazzini, a Genova (maggio-agosto 1860)

Ai primi di maggio Garibaldi partì da Quarto, ma i mazziniani, repubblicani convinti, durante il viaggio abbandonarono la spedizione. Non erano assolutamente d'accordo di andare a combattere in nome di Vittorio Emanuele II. Infatti il motto di Garibaldi era "Italia e Vittorio Emanuele". Quello di Mazzini era "Italia una e libera".

Mazzini arrivò a Genova subito dopo la partenza dei Mille.

Venne progettata una spedizione su Napoli, passando da Roma.

Le migliaia di volontari che si stavano radunando a Genova non sapevano se sarebbero partiti per Roma o per la Sicilia. Cavour riuscì a farli partire per la Sicilia. Mazzini dovette rinunciare al suo progetto.

 

Mazzini, a Napoli (settembre-dicembre 1860)

Il 7 settembre Garibaldi arrivò a Napoli.

Mazzini vi arrivò il 17 settembre.

Dopo una lunga anticamera riuscì a parlare con Garibaldi per dieci minuti.

Venne tenuto accuratamente lontano da ogni centro di potere.

Fondò il giornale Il popolo d'Italia.

Pubblicò una raccolta di scritti precedenti riordinati per dare una visione complessiva del suo pensiero.

A Teano Garibaldi venne estromesso da Vittorio Emanuele II.

Il 5 novembre Mazzini, cinquantacinque anni, e Garibaldi, cinquantatre anni, si incontrarono per stabilire una comune linea di condotta:

- liberazione di Roma e Venezia a primavera

- rovesciamento del governo Cavour.

Mazzini avrebbe operato per raccogliere i fondi necessari all'impresa e avrebbe svolto opera di propaganda per preparare l'opinione pubblica.

Garibaldi avrebbe avuto il comando militare.

La questione istituzionale, monarchia o repubblica, venne rinviata a dopo l'unificazione dell'Italia.

Mazzini nel dicembre 1860 ritornò a Londra.

 

Mazzini, esule a Londra (dicembre 1860-luglio 1868)

A Londra Mazzini creò la Associazione unitaria italiana.

Nel giugno del 1861 Cavour morì. Il nuovo capo del governo fu il barone Bettino Ricasoli.

Nella primavera del 1862 Mazzini e Garibaldi fondarono la Società di emancipazione che aveva lo scopo di promuovere l'unità nazionale e la guerra popolare. Ma i due si divisero sulle priorità. Mazzini avrebbe voluto liberare prima il Veneto e Garibaldi prima Roma.

Nel maggio 1862 Mazzini fondò l'associazione Falange sacra, che avrebbe dovuto svolgere azioni rivoluzionarie.

Nell'estate del 1862 Garibaldi sbarcò in Sicilia con l'idea di raggiungere Roma passando da Napoli. Mazzini si schierò al suo fianco cercando di provocare l'ammutinamento nell'esercito piemontese inviato a fermare Garibaldi.

Il 29 agosto 1862, in Aspromonte, Garibaldi venne ferito dai sabaudi e l'impresa ebbe termine. Mazzini ricevette la notizia a Lugano dove si era recato per seguire da vicino l'impresa. Tornò a Londra.

Nel maggio 1863 Mazzini tornò a Lugano per dirigere operazioni rivoluzionarie in Veneto. Ad agosto tornò a Londra.

Nel dicembre 1863, Pasquale Greco, un mazziniano, tentò di uccidere Napoleone III.

Il 3 aprile 1864 Garibaldi arrivò a Londra. Vi rimase fino al 28 aprile.

Il 28 settembre 1864 si riunì a Londra la Associazione internazionale degli operai, successivamente nota come Prima Internazionale. Mazzini mandò un suo rappresentante con un documento. Karl Marx, che viveva a Londra, si offrì di rivederla. La riscrisse completamente lasciando solo qualche vaga frase mazziniana sui diritti e i doveri.

Marx era sarcastico nei confronti di Mazzini. Mazzini semplicemente ignorava Marx. Nell'aprile del 1865 Marx riuscì a far espellere i delegati mazziniani dal consiglio generale della Prima Internazionale.

Il 20 giugno 1866 il governo sabaudo dichiarò guerra all'Austria. Ebbe inizio la terza guerra d'indipendenza.

Il 21 giugno Garibaldi vinse a Bezzecca.

Il 24 giugno i generali Alfonso La Marmora ed Enrico Cialdini vennero sconfitti a Custoza.

A metà luglio Mazzini si trasferì a Lugano.

Il 20 luglio l'ammiraglio Persano venne sconfitto a Lissa.

Nel settembre 1866 Mazzini creò l'Alleanza repubblicana universale. Ad essa venne affiliata l'Alleanza repubblicana italiana.

Il 3 ottobre il Veneto, con la pace di Vienna, veniva unito all'Italia.

Ad ottobre Mazzini ritornò a Londra.

Nell'agosto 1867, per sostenere l'imminente azione di Garibaldi su Roma, Mazzini si trasferì a Lugano.

Ad ottobre i volontari garibaldini entrarono nello Stato Pontificio.

Il 3 novembre a Mentana un esercito francese sconfisse Garibaldi.

Mazzini tornò a Londra.

 

Mazzini, ultimi anni (agosto 1868-marzo 1872)

Nell'agosto 1868 Mazzini si recò a Lugano in attesa di ulteriori eventi in Italia.

Nel giugno 1869 la Svizzera, su richiesta del governo italiano, espulse Mazzini, sospettato di aver promosso disordini e un attentato a Vittorio Emanuele II.

Mazzini, sessantaquattro anni, in agosto ritornò di nascosto in Svizzera, e per sedici mesi visse clandestinamente.

Il 14 agosto 1870 giunse a Palermo con un falso passaporto inglese. La polizia lo aspettava. Venne imprigionato a Gaeta.

Il 20 settembre Roma venne conquistata dalle truppe italiane.

Mazzini fondò un nuovo quotidiano: La Roma del Popolo.

La notizia che Garibaldi stava combattendo per la repubblica francese, gli ridiede speranza.

Il 13 ottobre, in seguito ad una amnistia generale, Mazzini venne rilasciato. Protestò perché non voleva la clemenza del re.

Si recò immediatamente a Roma. Proseguì per Livorno, Genova, Lugano ed infine Londra.

Fino al febbraio 1871 rimase a Londra. Poi ripartì per Lugano. A Basilea ebbe come compagno di viaggio Friedrich Nietzsche, a cui fece una profonda impressione.

Mazzini continuò a viaggiare: Lugano, Milano, Genova, Firenze, Livorno, Pisa. Era sempre seguito dalla polizia, nonostante utilizzasse nomi falsi e si atteggiasse a turista tedesco, a mercante ebreo, a gentiluomo inglese.

La notizia della Comune di Parigi, nella primavera del 1871, lo confermò nella sua opposizione al movimento socialista.

Nella prima settimana di febbraio del 1872 Mazzini, ammalato, per trovare un clima migliore di quello di Lugano si recò a Pisa, dove fu ospite di Janet Nathan Rosselli.

Le sue condizioni di salute si aggravarono e la morte giunse il 10 marzo 1872. Giuseppe Mazzini aveva 67 anni.

 

Tomba di Giuseppe Mazzini a Genova

 


 

Giuseppe Mazzini

I DOVERI DELL'UOMO
(estratti)

 

I

Introduzione

 

Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante, che noi conosciamo, di Dio, dell'umanità, della Patria, della Famiglia.

Perché vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti?

Da cinquanta anni in poi, tutto quanto s'è operato pel progresso e pel bene contro ai governi assoluti o contro l'aristocrazia del sangue, s'è operato in nome dei Diritti dell'uomo, in nome della libertà come mezzo e del benessere come scopo alla vita.

Ciascun uomo prese cura dei propri diritti e del miglioramento della propria condizione, senza cercare di provvedere all'altrui; e quando i proprii diritti si trovarono in urto con quelli degli altri, fu guerra: guerra non di sangue, ma d'oro e di insidie: guerra meno virile dell'altra, ma egualmente rovinosa: guerra accanita, nella quale i forti per mezzi schiacciano inesorabilmente i deboli o gli inesperti. In questa guerra continua, gli uomini si educarono all'egoismo e alla avidità dei beni materiali esclusivamente.

A questo siamo oggi, grazie alla teoria dei diritti.

Certo esistono diritti; ma dove i diritti di un individuo vengono a contrasto con quelli di un altro, come sperare di conciliarli, di metterli in armonia, senza ricorrere a qualche cosa superiore a tutti i diritti. E dove i diritti di un individuo, di molti individui, vengono a contrasto coi diritti del paese, a che tribunale ricorrere?

I diritti appartengono eguali ad ogni individuo: la convivenza sociale non può crearne uno solo. La Società ha più forza, non più diritti dell'individuo.

Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l'armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione.

Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell'ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo.

Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria, che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall'idea d'un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE.

Bisogna convincere gli uomini ch'essi, figli d'un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d'una sola legge - che ognuno d'essi deve vivere, non per sé, ma per gli altri ‑ che lo scopo della loro vita non è quello d'essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori - che il combattere l'ingiustizia e l'errore a benefizio dei loro fratelli e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa ‑ dovere di tutta la vita.



II

Dio

 

L'origine dei vostri Doveri sta in Dio.

La definizione dei vostri Doveri sta nella sua Legge.

La scoperta progressiva e l'applicazione della sua Legge appartengono all'Umanità.

Dio esiste. Noi non dobbiamo né vogliamo provarvelo: tentarlo ci sembrerebbe bestemmia, come negarlo, follia. Dio esiste perché noi esistiamo. Dio vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell'Umanità, e nell'Universo che ci circonda.

Non vi sono atei fra voi: se ve ne fossero, sarebbero degni non di maledizione, ma di compianto.

Avete, da una parte, una gente che vi dice: «Sta bene: Dio esiste; ma voi non potete più che ammetterlo ed adorarlo. La relazione tra lui e gli uomini, nessuno può intenderla o dichiararla. È questione da dibattersi fra Dio medesimo e la vostra coscienza. Pensate intorno a questo ciò che volete, ma non proponete la vostra credenza ai vostri simili; non cercate d'applicarla alle cose di questa terra. La politica è una cosa, la religione un'altra. Non le confondete.»

Avete d'altra parte uomini che vi dicono: «Dio esiste; ma così grande, troppo superiore a tutte le cose create, perché voi possiate sperar di raggiungerlo coll'opere umane. Che v'importa se voi vivete quaggiù in un modo o in un altro? Siete destinati a morire; e Dio vi giudicherà secondo i pensieri che avrete dato, non alla terra, ma a Lui. Soffrite? Benedite al Signore che vi manda quei patimenti. L'esistenza terrena è una prova.»

Di quei che così vi parlano, i primi non amano Dio; i secondi non lo conoscono.

L'uomo è uno, direte ai primi. Voi non potete troncarlo in due, e far sì ch'egli concordi con voi nei principii che devono regolare l'ordinamento della Società quand'ei differisca intorno all'origine sua, ai suoi destini e alla sua legge di vita quaggiù. Le religioni governano il mondo.

Ad ogni progresso delle credenze religiose, noi possiamo mostrarvi corrispondente alla storia dell'Umanità un progresso sociale: alla vostra dottrina d'indifferenza in fatto di religione, voi non potete mostrarci altra conseguenza che l'anarchia.

Vogliamo educazione: come darla o riceverla, se non in virtù d'un principio che contenga l'espressione delle nostre credenze sull'origine, sul fine, sulla legge di vita dell'uomo su questa terra?

Vogliamo educazione comune: come darla o riceverla, senza una fede comune?

Vogliamo formare Nazione: come riescirvi, se non credendo in uno scopo comune, in un dovere comune?

E donde possiamo noi dedurre un dovere comune? se non dall'idea che ci formiamo di Dio e della sua relazione con noi?

Agli altri che vi parlano del Cielo, scompagnandolo dalla Terra, voi direte che cielo e terra sono, come la via e il termine della via, una cosa sola. Non dite che la terra è fango: la terra è Dio: Dio la creava perché per essa salissimo a Lui. La terra non è un soggiorno di espiazione o di tentazione: è il luogo del nostro lavoro per un fine di miglioramento, del nostro sviluppo verso un grado d'esistenza superiore.

La vita d'un'anima è sacra, in ogni suo periodo: nel periodo terreno come negli altri che seguiranno; bensì, ogni periodo dev'essere preparazione all'altro, ogni sviluppo temporaneo deve giovare allo sviluppo continuo ascendente alla vita immortale che Dio trasfuse in ciascuno di noi e nella Umanità complessiva che cresce coll'Opera di ciascuno di noi.

V'ho parlato di Doveri: v'ho insegnato che la sola conoscenza dei vostri Diritti non basta a guidarci durevolmente sulle vie del bene, non basta a darvi quel miglioramento progressivo, continuo, nella vostra condizione, che voi cercate: or bene, senza Dio, donde il Dovere? senza Dio, voi, a qualunque sistema civile vogliate appigliarvi, non potete trovare altra base che la Forza cieca, brutale, tirannica.

Il grido che suonò in tutte le grandi rivoluzioni, il grido Dio lo vuole! Dio lo vuole! delle Crociate, può solo convertire gl'inerti in attivi, dar animo ai paurosi, entusiasmo di sacrifizio ai calcolatori, fede a chi respinge col dubbio ogni umano concetto. Provate agli uomini che l'opera d'emancipazione e di sviluppo progressivo alla quale voi li chiamate, stia nel disegno di Dio: nessuno si ribellerà. Provate loro che l'opera terrestre da compirsi quaggiù è essenzialmente connessa colla loro vita immortale: tutti i calcoli del momento spariranno davanti all'importanza dell'avvenire. Senza Dio, voi potete imporre, non persuadere: potete essere tiranni od oppressori alla volta vostra, non Educatori ed Apostoli.

Dio lo vuole, Dio lo vuole! È grido di popolo, o fratelli; è grido del vostro popolo, grido nazionale Italiano.

 


III

La Legge

 

Non c'è vita senza legge.

Dio v'ha dato la vita; Dio v'ha dunque data la legge; Dio è l'unico Legislatore della razza umana. La sua legge è l'unica alla quale voi dobbiate ubbidire.

Le leggi umane non sono valide e buone se non in quanto vi si uniformano, spiegandola ed applicandola: sono tristi ogni qual volta la contradicono o se ne discostano: ed è non solamente vostro diritto, ma vostro dovere disubbidirle e abolirle.

Chi meglio spiega ed applica ai casi umani la legge di Dio, è vostro capo legittimo: amatelo e seguitelo.

Nella coscienza della vostra legge di vita, della LEGGE DI DIO, sta dunque il fondamento della morale, la regola delle vostre azioni e dei vostri doveri, la misura della vostra responsabilità: in essa sta pure la vostra difesa contro le leggi ingiuste che l'arbitrio d'un uomo o di più uomini può tentare d'imporvi. Voi non potete, senza conoscerla, prender nomi o diritti d'uomini.

Tutti i diritti hanno la loro origine in una legge, e voi, ogni qual volta non potete invocarla, potete essere tiranni o schiavi, non altro: tiranni se siete forti, schiavi dell'altrui forza se siete deboli.

Ad essere uomini, vi bisogna conoscere la legge che distingue la natura umana da quella dei bruti, delle piante, dei minerali, e conformarvi le vostre azioni.

Or, come conoscerla?

È questa la dimanda che in tutti i tempi l'Umanità ha indirizzato a quanti hanno pronunziato la parola: legge, doveri; e le risposte sono anch'oggi diverse.

Gli uni hanno risposto mostrando un Codice, un libro e dicendo: «Qui dentro è tutta la legge morale.»

Gli altri hanno detto: «Ogni uomo interroghi il proprio core; ivi sta la definizione del bene e del male.»

Altri ancora, rigettando il giudizio dell'individuo, ha invocato il consenso universale, e dichiarato che dove l'umanità concorda in una credenza, quella è la vera.

Erravano tutti.

Quei che affermano trovarsi in un libro o sulla bocca d'un solo uomo tutta quanta la legge morale, dimenticano che non v'è codice dal quale l'Umanità, dopo una credenza di secoli, non si sia scostata per cercarne e ispirarne un'altro migliore, e che non v'è ragione, oggi specialmente, di credere che l'Umanità cangi di metodo.

A quel che sostengono la sola coscienza dell'individuo essere la norma del vero e del falso, ossia del bene e del male, basta ricordare, che nessuna religione, per santa che fosse, è stata senza eretici, senza dissidenti convinti e presti ad affrontare il martirio in nome della loro coscienza.

E d'altra parte, agli uomini che rinnegano la testimonianza della coscienza dell'individuo per richiamarsi unicamente al consenso dell'Umanità in una credenza, basta ricordare come tutte le grandi idee che migliorano l'Umanità, cominciarono a manifestarsi in opposizione a credenze che l'Umanità consentiva, e furono predicate da individui che l'Umanità derise, perseguitò, crocefisse.

Ciascuna dunque di queste norme è insufficiente a ottenere la conoscenza della LEGGE DI DIO, della Verità! E nondimeno, la coscienza dell'individuo è santa: il consenso comune dell'Umanità è santo: e chiunque rinunzia a interrogare questo o quella, si priva d'un mezzo essenziale per conoscere la verità.

L'errore generale fin qui è stato quello di volerla raggiungere con un solo di questi mezzi esclusivamente: errore decisivo e funestissimo nelle conseguenze, perché non si può stabilire la coscienza dell'individuo, sola norma della verità, senza cadere nell'anarchia; non si può invocare come inappellabile il consenso generale in un momento dato, senza soffocare la libertà umana e rovinare nella tirannide.

Dio v'ha dato il consenso dei vostri fratelli e la vostra coscienza, come due ale per innalzarvi quanto è possibile sino a lui.

Dovunque s'incontrano, dovunque il grido della vostra coscienza è ratificato dal consenso dell'Umanità, ivi è Dio, ivi siete certi di avere in pugno la verità: l'uno è la verificazione dell'altro.

Non basta limitarsi a non operare contro la Legge: bisogna operare a seconda della Legge. Non basta il non nuocere, bisogna giovare ai vostri fratelli. Pur troppo finora la morale s'è presentata ai più fra gli uomini in una forma più negativa che affermativa.

Gl'interpreti della Legge hanno detto: «non ruberai, non ammazzerai»; nessuno o pochi, hanno insegnato gli obblighi che spettano all'uomo, e il come egli debba giovare ai suoi simili e al disegno di Dio nella creazione. Or questo è il primo scopo della Morale; né l'individuo, consultando unicamente la propria coscienza, può raggiungerlo mai.

La coscienza dell'individuo parla in ragione della sua educazione, delle sue tendenze, delle sue abitudini, delle sue passioni.

V'è dunque bisogno d'una scorta alla vostra coscienza, d'un lume che le rompa d'intorno la tenebra, d'una norma che ne verifichi e ne diriga gl'istinti. E questa norma è l'Intelletto e l'Umanità.

Dio ha dato intelletto a ciascun di voi, perché lo educhiate a conoscere la sua Legge.

Or Dio v'ha messo vicino un essere la cui vita è continua, e le cui facoltà sono la somma di tutte le facoltà individuali che si sono, da forse quattrocento secoli, esercitate; un essere che attraverso gli errori e le colpe degli individui migliora sempre in sapienza e moralità: un essere nel cui sviluppo Dio ha scritto e scrive ad ogni epoca una linea della sua Legge. Quest'essere è l'Umanità.

L'Umanità, ha detto un pensatore del secolo scorso, è un uomo che impara sempre. Gl'individui muoiono; ma quel tanto di vero che essi hanno pensato, quel tanto di buono ch'essi hanno operato non va perduto con essi: l'Umanità lo raccoglie e gli uomini che passeggiano sulla loro sepoltura ne fanno lor pro.

Di lavoro in lavoro, di credenza in credenza, l'Umanità conquista via via una nozione più chiara della propria vita, della propria missione, di Dio e della sua Legge.

Dio s'incarna successivamente nell'Umanità.

Nella storia dell'Umanità leggiamo il disegno di Dio; ne' suoi bisogni i nostri doveri: doveri che mutano o per dir meglio crescono coi bisogni, perché il nostro primo dovere sta nel concorrere a che l'Umanità salga prontamente quel grado di miglioramento e di educazione al quale Dio e i tempi l'hanno preparata.

La morale è progressiva come l'educazione del genere umano e di voi.

Convincetevi che senza istruzione, voi non potete conoscere i vostri doveri: convincetevi che dove la Società vi contende ogni insegnamento, la responsabilità d'ogni colpa è non vostra, ma sua: la vostra incomincia dal giorno in cui una via qualunque allo insegnamento v'è aperta, e la negligete: dal giorno in cui vi si mostrano mezzi per mutare una società che vi condanna all'ignoranza, e voi non pensate ad usarne.

Non siete colpevoli perché ignorate; siete colpevoli perché vi rassegnate a ignorare ‑ perché mentre la vostra coscienza v'avverte che Dio non v'ha dato facoltà senza imporvi di svilupparle, voi lasciate dormire nell'anima vostra tutte le facoltà del pensiero ‑ perché, mentre pur sapete che Dio non può avervi dato l'amore del vero senza darvi i mezzi di conseguirlo, voi, disperando, rinunziate a farne ricerca e accettate, senza esame, per verità l'affermazione del potente e del sacerdote venduto al potente.

Dio, Padre ed educatore dell'Umanità, rivela nello spazio e nel tempo la sua legge all'Umanità.

 


IV

Doveri verso l'umanità

 

I vostri primi doveri, primi non per tempo ma per importanza e perché senza intendere quelli non potete compiere se non imperfettamente gli altri, sono verso l'Umanità.

Avete doveri di cittadini, di figli, di sposi e di padri, doveri santi, inviolabili, dei quali vi parlerò a lungo tra poco; ma ciò che fa santi e inviolabili quei doveri, è la missione, il Dovere che la vostra natura d'uomini vi comanda.

Siete padre per educare uomini al culto e allo sviluppo della Legge di Dio.

Siete cittadini, avete una Patria, per potere facilmente, in una sfera limitata, con concorso di gente già stretta a voi per lingua, per tendenze, per abitudini, operare, a beneficio degli uomini quanti sono e saranno, ciò che mal potreste operare perduti, voi soli e deboli, nell'immenso numero dei vostri simili.

Patria e Famiglia son come due circoli segnati dentro un circolo maggiore che li contiene; come due gradini d'una scala senza i quali non potreste salire più in alto, ma sui quali non è permesso arrestarvi.

Siete uomini: cioè creature ragionevoli, socievoli e capaci, per mezzo unicamente dell'associazione, d'un progresso, a cui nessuno può assegnar limiti: e questo è quel tanto che oggi sappiamo dalla Legge di vita data all'Umanità.

La vita vi fu dunque data da Dio perché ne usiate a benefizio dell'Umanità, perché dirigiate le vostre facoltà individuali allo sviluppo delle facoltà dei vostri fratelli, perché aggiungiate con l'opera vostra un elemento qualunque all'opera collettiva di miglioramento e di scoperta del vero, che le generazioni, lentamente ma continuamente promuovono.

Dovete educarvi ed educare, perfezionare. Dio è in voi, non v'è dubbio; ma Dio è pure in tutti gli uomini che popolano con voi questa terra: Dio è nella vita di tutte le generazioni che furono, sono e saranno, e hanno migliorato e miglioreranno progressivamente il concetto che l'Umanità si forma di Lui, della sua Legge, e dei nostri Doveri.

Cristo pose in fronte alla sua credenza queste due verità inseparabili: non v'è che un solo Dio, tutti gli uomini sono figli di Dio; e la promulgazione di queste due verità cangiò aspetto al mondo e ampliò il cerchio morale sino ai confini delle terre abitate.

Ai doveri verso la famiglia e verso la patria, s'aggiunsero i doveri verso l'Umanità.

Così Dio Padre, per mezzo d'una lenta, ma continua educazione religiosa, guida al meglio l'Umanità, e in quel meglio il nostro individuo migliora anch'esso.

Né v'è speranza per voi se non nel miglioramento universale, nella fratellanza fra tutti i popoli dell'Europa e, per l'Europa, dell'umanità.

Voi dunque, o fratelli, per dovere e per utile vostro, non dimenticherete mai che i primi vostri doveri, doveri, senza compiere i quali voi non potete sperare di compiere quei che la patria e la famiglia comandano, sono verso l'Umanità. La parola e l'opera vostra siano per tutti, sì come per tutti è Dio, nel suo amore e nella sua Legge.

Non dite: il linguaggio che noi parliamo è diverso: le lagrime, l'azione, il martirio formano linguaggio comune per gli uomini quanti sono, e che voi tutti intendete.

Non dite: l'Umanità è troppo vasta, e noi troppo deboli. Dio non misura le forze, ma le intenzioni.

Ad ogni opera vostra nel cerchio della Patria o della famiglia, chiedete a voi stessi: se questo ch'io fo fosse fatto da tutti e per tutti, gioverebbe o nuocerebbe all'Umanità? e se la coscienza vi risponde: nuocerebbe, desistete, desistete quand'anche vi sembri che dall'azione vostra escirebbe un vantaggio immediato per la Patria e per la Famiglia.

 


V

Doveri verso la Patria

 

I primi vostri Doveri, primi almeno per importanza, sono, com'io vi dissi, verso l'Umanità.

Siete uomini prima d'essere cittadini o padri.

Ma che cosa può ciascuno di voi, colle sue forze isolate, fare pel miglioramento morale, pel progresso dell'Umanità? Vi potete esprimere, di tempo in tempo, sterilmente la vostra credenza; potete compiere, qualche rara volta, verso un fratello non appartenente alle vostre terre, un'opera di carità; ma non altro.

Ora la carità non è la parola della fede avvenire. La parola della fede avvenire è l'associazione, la cooperazione fraterna verso un intento comune, tanto superiore alla carità, quanto l'opera di molti fra voi che s'uniscono a inalzare concordi un edifizio per abitarvi insieme è superiore a quella che compireste innalzando ciascuno una casupola separata e limitandovi a ricambiarvi gli uni cogli altri aiuto di pietre, di mattoni, di calce.

Ma quest'opera comune voi, divisi di lingua, di tendenze, d'abitudini, di facoltà, non potete tentarla.

L'individuo è troppo debole e l'Umanità troppo vasta.

Mio Dio, ‑ prega, salpando il marinaio della Bretagna ‑ proteggetemi: il mio battello è sì piccolo e il nostro Oceano così grande! E quella preghiera riassume la condizione di ciascun di voi, se non si trova un mezzo di moltiplicare indefinitivamente le vostre forze, la vostra potenza d'azione: Questo mezzo Dio lo trovava per voi, quando vi dava una Patria, quando, come un saggio direttore di lavori distribuisce le parti diverse a seconda delle capacità, ripartiva in gruppi, in nuclei distinti l'Umanità sulla faccia del nostro globo e cacciava il germe delle nazioni.

A voi, uomini nati in Italia, Dio assegnava, quasi prediligendovi, la Patria meglio definita dell'Europa.

Senza Patria, voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli tra i popoli.

Oh miei fratelli! amate la Patria. La Patria è la nostra casa: la casa che Dio ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia, che ci ama e che noi amiamo, colla quale possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi che essa possiede, è chiamata a un genere speciale d'azione.

Lavorando, secondo i veri principii per la Patria, noi lavoriamo per l'Umanità: la patria è il punto d'appoggio della leva che noi dobbiamo dirigere a vantaggio comune. Perdendo quel punto d'appoggio, noi corriamo rischio di riuscire inutili alla Patria e all'Umanità.

Prima d'associarsi colle Nazioni che compongono l'Umanità, bisogna esistere come Nazione.

Non abbandonate la bandiera che Dio vi diede. Dovunque vi trovate, in seno a qualunque popolo le circostanze vi caccino, combattete per la libertà di quel popolo, se il momento lo esige; ma combattete come Italiani, così che il sangue che verserete frutti onore ed amore, non a voi solamente, ma alla vostra Patria.

E Italiano sia il pensiero continuo dell'anime vostre: Italiani siano gli atti della vostra vita: Italiani i segni sotto i quali v'ordinate a lavorare per l'Umanità.

Non dite: io, dite: noi. La Patria s'incarni in ciascuno di voi. Ciascuno di voi, si senta, si faccia mallevadore dei suoi fratelli: ciascuno di voi impari a far si che in lui sia rispettata ed amata la Patria.

La Patria, è una, indivisibile.

La Patria è il segno della missione che Dio v'ha dato da compiere nell'umanità. Le facoltà, le forze di tutti i suoi figli devono associarsi pel compimento di quella missione. Una certa somma di doveri e di diritti comuni spetta ad ogni uomo che risponde al chi sei? degli altri popoli: sono Italiano.

La Patria è una comunione di liberi e d'uguali affratellati in concordia di lavori verso un unico fine. Voi dovete farla e mantenerla tale.

La Patria non è un aggregato, è una associazione. Non v'è dunque veramente Patria senza un Diritto uniforme.

Non v'è Patria dove l'uniformità di quel Diritto è violata dall'esistenza di caste, di privilegi, d'ineguaglianze ‑ dove l'attività d'una porzione delle forze e facoltà individuale è cancellata o assopita ‑ dove non è principio comune accettato, riconosciuto, sviluppato da tutti; vi è non Nazione, non popolo, ma moltitudine, agglomerazione fortuita d'uomini che le circostanze riunirono, che circostanze diverse separeranno.

In nome del vostro amore alla Patria, voi combatterete senza tregua l'esistenza d'ogni privilegio, d'ogni ineguaglianza sul suolo che v'ha dato vita.

Un solo privilegio è legittimo: il privilegio del genio, quando il Genio si mostri affratellato colla Virtù; ma è privilegio concesso da Dio e non dagli uomini ‑ e quando voi lo riconoscerete seguendone le ispirazioni, lo riconoscerete liberamente esercitando la vostra ragione, la vostra scelta.

Qualunque privilegio pretende sommessione da voi in virtù della forza, dell'eredità, d'un diritto che non sia diritto comune, è usurpazione, è tirannide; e voi dovete combatterla e spegnerla.

La Patria deve essere il vostro Tempio. Dio al vertice, un Popolo d'eguali alla base; non abbiate altra formola, altra legge morale, se non volete disonorare la Patria e voi.

La Patria non è un territorio; il territorio non ne è la base. La Patria è l'idea che sorge su quello; è il pensiero d'amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio.

 


VI

Doveri verso la famiglia

 

La famiglia è la Patria del core.

La famiglia ha in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata.

Gli affetti, in essa, vi si stendono intorno lenti, inavvertiti, ma tenaci e durevoli siccome l'ellera intorno alla pianta: vi seguono d'ora in ora: s'immedesimano taciti colla vostra vita.

La Famiglia è concetto di Dio, non vostro. Potenza umana non può sopprimerla. Come la Patria, più assai che la Patria, la Famiglia è un elemento della vita.

Ho detto più assai che la Patria.

La Patria sacra in oggi, sparirà forse un giorno quando ogni uomo rifletterà nella propria coscienza la legge morale dell'umanità; la Famiglia durerà quanto l'uomo. Essa è la culla dell'umanità. Come ogni elemento della vita umana, essa deve essere aperta al Progresso, migliorare d'epoca in epoca le sue tendenze, le sue aspirazioni; ma nessuno potrà cancellarla.

Far la famiglia più sempre santa e inanellata più sempre alla Patria, è questa la vostra missione. Ciò che la Patria è per l'umanità, la Famiglia deve esserlo per la Patria.

Come io v'ho detto che la parte della Patria è quella d'educare gli uomini, così la parte della Famiglia è quella di educare i cittadini: Famiglia e Patria sono i due punti estremi d'una sola linea.

Amate, rispettate la donna. Non cercate in essa solamente un conforto, ma una forza, una ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà intellettuali e morali. Cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità: non ne avete alcuna.

Davanti a Dio Uno e Padre non v'è uomo donna ma l'essere umano, l'essere nel quale, sotto l'aspetto d'uomo o di donna, s'incontrano tutti i caratteri che distinguono l'Umanità dall'ordine degli animali: tendenza sociale, capacità d'educazione, facoltà di progresso. Dovunque si rivelano questi caratteri, ivi esiste l'umana natura, uguaglianza quindi di diritti e doveri.

Amate i figli che la Provvidenza vi manda; ma amateli di vero, profondo, severo amore; non dell'amore snervato, irragionevole, cieco, ch'è egoismo per voi, rovina per essi.

E potete educare colla parola. Parlate loro di Patria, di ciò ch'essa fu, di ciò che deve essere.

Imparino dal vostro labbro e dal tranquillo assenso materno, come sia bello il seguire le vie della Virtù, come sia grande il piantarsi Apostoli della verità, come sia santo il sacrificarsi, occorrendo, pei propri fratelli.

Infondete nelle tenere menti, insieme ai germi della ribellione contro ogni autorità usurpata e sostenuta dalla forza, la riverenza alla vera, all'unica Autorità, l'autorità della Virtù coronata dal Genio.

Fate che crescano, avversi egualmente alla tirannide ed all'anarchia, nella religione della coscienza inspirata, non incatenata dalla tradizione. La Nazione deve aiutarvi in quest'opera. E voi avete, in nome dei vostri figli, diritto di esigerlo. Senza educazione Nazionale non esiste veramente Nazione.

Amate i parenti. La Famiglia che procede da voi non vi faccia mai dimenticare la famiglia dalla quale procedete.


VII

Doveri verso se stesso

 

PRELIMINARI


Io v'ho detto: voi avete vita; dunque avete una legge di vita ... Svilupparsi, agire, vivere secondo la legge di vita, è il primo, anzi l'unico vostro Dovere. Vi ho detto che per conoscere quale sia la legge della vostra vita, Dio v'ha dato due mezzi: la vostra coscienza e la coscienza dell'Umanità, il consenso dei vostri fratelli. V'ho detto che ogni qual volta, interrogando la vostra coscienza, troverete la sua voce in armonia colla grande voce del genere umano trasmessavi dalla storia, voi siete certi d'avere la verità eterna, immutabile in pugno.

Voi potete oggi difficilmente interrogare a dovere la grande voce che l'umanità vi tramanda attraverso la Storia: vi mancano finora libri buoni davvero e popolarmente scritti, e vi manca il tempo; ma gli uomini che per ingegno e coscienza meglio rappresentano, da oltre un mezzo secolo, gli studi storici e la scienza dell'Umanità, hanno raccolto da quella voce alcuni caratteri della nostra Legge di Vita; hanno raccolto che la natura umana è essenzialmente adunabile, essenzialmente sociale: hanno raccolto che, come non vi è né può esservi che un solo Dio, non v'è né può esservi che una sola Legge per l'uomo individuo e per l'umanità collettiva, hanno raccolto che il carattere fondamentale, universale di questa Legge, è PROGRESSO.

Da queste verità oggimai innegabili, perché confermate da tutti i rami dell'umano sapere, scendono tutti i vostri doveri verso voi stessi, e scendono pure tutti i vostri diritti, i quali sommano in uno: il diritto di non essere menomamente inceppati e d'essere, dentro certi limiti, aiutati nel compimento dei vostri doveri. Voi siete e vi sentite liberi.

Voi siete educabili. Esiste in ciascun di voi una somma di facoltà, di capacità intellettuali, di tendenze morali, alle quali l'educazione sola può dar moto e vita, e che, senza quella, giacerebbero sterili, inerti, non rivelandosi che a lampi, senza regolare sviluppo.

L'educazione è il pane dell'anima. Come la vita fisica, organica, non può crescere e svolgersi senza alimenti, così la vita morale, intellettuale, ha bisogno per ampliarsi e manifestarsi, delle influenze esterne e d'assimilarsi parte almeno delle idee, degli effetti, delle altrui tendenze.

È dunque non solamente come necessità della vostra vita, ma come una santa comunione con tutti i vostri fratelli, con tutte le generazioni che vissero: cioè pensarono ed operarono prima della vostra, che voi dovete conquistarvi, nei limiti del possibile, educazione: educazione morale ed intellettuale, che abbracci e fecondi tutte le facoltà che Dio vi dava siccome deposito da far fruttare, e che istituisca e mantenga un legame tra la vostra vita individuale e quella dell'Umanità collettiva.

E perché quest'opera educatrice si compisse più rapidamente, perché la vostra vita individuale s'inanellasse più certamente e più intimamente colla vita collettiva di tutti, colla vita dell'Umanità, Dio v'ha fatto esseri essenzialmente sociali.

Voi siete, finalmente, esseri progressivi. Questa parola PROGRESSO, ignota all'antichità, sarà d'ora innanzi una parola sacra per l'Umanità. Essa racchiude tutta una trasformazione sociale, politica, religiosa.

Gli uomini che fondarono, sulla parola di Gesù, una Religione superiore a tutte le credenze del vecchio Oriente e del Paganesimo, intravidero, non conquistarono, la santa idea contenuta in questa parola: Progresso.

Conobbero la Provvidenza e la sostituirono alla cieca Fatalità degli antichi; ma la conobbero come protettrice dell'individuo, non come Legge dell'Umanità.

Collocati fra l'immensità dello scopo di perfezionamento che intravedevano e la breve povera vita dell'individuo, sentirono il bisogno d'un termine intermediario tra l'uno e l'altro, fra l'Uomo e Dio, e non possedendo l'idea dell'Umanità collettiva, ricorsero a una incarnazione divina: dichiararono che la Fede in essa era sorgente unica di salute, di forza, di grazia, all'uomo.

Non sospettando la rivelazione continua che scende da Dio sull'uomo attraverso l'Umanità, credettero in una rivelazione immediata, unica, scesa ad un tempo stesso determinato, e per favore speciale di Dio. Videro il legame che annoda gli uomini in Dio, non videro quello che li annoda qui sulla terra nell'umanità.

La rivelazione essendo per essa immediata ed unica in un dato periodo, ne dedussero che nulla poteva aggiungervisi e che i depositari di quella rivelazione erano infallibili.

Dimenticavano che il fondatore della loro religione era venuto, non ad annientare la Legge ma a continuarla, aggiungendovi.

Dimenticavano che in un solenne momento e con sublime istinto dell'avvenire, Gesù aveva detto: Io vi dico le cose che voi potete in oggi intendere e praticare; ma verrà dopo me lo spirito di verità, e vi parlerà per autorità propria ma raccogliendo l'ispirazione da tutti, l'ispirazione collettiva (Vangelo di Giovanni, 12-14).

È in quelle parole la profezia dell'idea del Progresso e della rivelazione continua del Vero per mezzo dell'Umanità: v'è la giustificazione della formola che Roma ridesta propose all'Italia colle parole Dio e il popolo, scritte in fronte a' suoi decreti repubblicani.

Mille trecento anni a un dipresso dopo le parole di Gesù or citate, un uomo Italiano, il più grande fra gl'Italiani che io mi conosca, scriveva le verità seguenti:

«Dio è uno; l'Universo è un pensiero di Dio; l'Universo è dunque uno esso pure. Tutte le cose partecipano, più o meno, della natura divina, a seconda del fine pel quale sono create. L'uomo è nobilissimo fra tutte le cose: Dio ha versato in lui più della sua natura che non sull'altre. Ogni cosa che viene da Dio tende al perfezionamento del quale è capace. La capacità di perfezionamento nell'uomo è indefinita. L'Umanità è Una. Dio non ha fatto cosa inutile; e poiché esiste una Umanità, deve esistere uno scopo unico per tutti gli uomini, un lavoro da compiersi per opera d'essi tutti. Il genere umano dovrebbe dunque lavorare unito, sì che tutte le forze intellettuali diffuse in esso, ottengano il più alto sviluppo possibile nella sfera del pensiero e dell'azione. Esiste dunque una Religione universale della natura umana».


Quell'uomo aggiungeva che questa religione universale, questa Unità del mondo doveva avere chi la rappresentasse: e accennava a Roma, la Città Santa, le di cui pietre, ei diceva, erano meritevoli di riverenza.

L'uomo che scriveva quelle idee aveva nome DANTE.

Oggi sappiamo che la legge della Vita è PROGRESSO.

Progresso per l'individuo, progresso per l'Umanità.

L'Umanità compie quella Legge sulla terra; l'individuo sulla terra ed altrove.

Un solo Dio; una sola Legge.

Quella legge s'adempie lentamente, inevitabilmente, nell'Umanità fin dal primo suo nascere.

La verità non s'è mai manifestata tutta o ad un tratto.

Una rivelazione continua, manifestata d'epoca in epoca, un frammento della Verità, una parola della Legge.

L'Umanità è simile ad un uomo che vive indefinitamente e che impara sempre.

Dio, prefiggendo un disegno provvidenziale d'Educazione progressiva all'Umanità, ponendo l'istinto del progresso nel core d'ogni uomo, ha messo pure nell'umana natura le facoltà e le forze necessarie a compierlo.

L'uomo individuo, creatura libera e responsabile, può usarne e abusarne a seconda ch'ei si mantiene sulla via del Dovere, o cede alle cieche seduzioni dell'Egoismo; ei può indugiare o accelerare il proprio progresso; ma il disegno provvidenziale non può cancellarsi da forza umana.

La legge, il Progresso, devono compirsi, come altrove, qui sulla terra. Non v'è opposizione fra terra e cielo; ed è bestemmia il supporre che l'opera di Dio, la casa ch'egli ci ha dato, possa, senza peccato, sprezzarsi, abbandonarsi ai Poteri, quali essi siano, alle influenze del Male, dell'Egoismo e della Tirannide.

La Terra non è soggiorno di espiazione; è soggiorno di lavoro a prò dell'ideale, del Vero e del Giusto che ciascun di noi ha in germe nell'anima; gradino verso un Miglioramento che noi non possiamo raggiungere se non glorificando, coll'opere, Iddio nell'Umanità, e consacrandoci a tradurre in fatto quanta più parte possiamo del suo disegno.

Il giudizio che s'adempirà su ciascun di noi, e che ci farà inoltrare sulla scala del Perfezionamento o ci condannerà a trascinarci nuovamente nello stadio tristamente e sterilmente percorso, si fonderà sul bene che avremo fatto ai nostri fratelli, sul grado di progresso che avremo aiutato altri a salire.

L'associazione più sempre intima, più e più sempre vasta, coi nostri simili è il mezzo per cui si moltiplicano le nostre forze, il campo sul quale si compiono i nostri Doveri, la via per ridurre in atto il Progresso. Noi dobbiamo tendere a far dell'intera Umanità una Famiglia, ogni membro della quale rappresenti in sé, a beneficio degli altri, la Legge morale.

E come il perfezionamento dell'umanità si compie d'epoca in epoca, di generazione in generazione, il perfezionamento dell'individuo si compie d'esistenza in esistenza, più o meno rapidamente a seconda dell'opere nostre.

Son queste alcune delle verità contenute in quella parola Progresso, dalla quale escirà la Religione dell'Avvenire. In essa solo può compiersi la vostra emancipazione.


VIII

Libertà

 

Voi vivete. La vita ch'è in voi non è opera del Caso; la parola Caso non ha senso alcuno, e non fu trovata che ad esprimere l'ignoranza degli uomini su certe cose.

La vita ch'è in voi viene da Dio e rileva nel suo sviluppo progressivo un disegno intelligente. La vostra vita ha dunque necessariamente un fine, uno scopo.

Il fine ultimo, pel quale fummo creati, ci è tuttora ignoto, e non può essere altrimenti; né per questo dobbiamo negarlo.

L'Umanità comincia oggi appena a intendere che la legge è Progresso: comincia appena a intendere incertamente qualche cosa dell'Universo che ha intorno; e la maggior parte degl'individui che la compongono è tuttavia inadatta, per barbarie, servitù o mancanza assoluta d'educazione, allo studio di quella Legge, all'esame dell'universo, che bisogna intendere prima d'intendere noi stessi.

La scoperta del Vero esige modestia e temperanza di desiderio quanto esige costanza. L'impazienza, l'orgoglio umano, han perduto o sviato dal retto sentiero molte più anime che non la deliberata tristizia. E' questa verità che l'Antichità ha voluto insegnarci, quando ci narrava che il Despota voglioso di raggiungere il cielo non seppe innalzare se non una Torre di confusione, e che i Giganti assalitori dell'Olimpo giacciono, fulminati, sotto i nostri monti vulcanici.

Ciò di cui importa conviverci è questo che, qualunque sia il fine verso cui tendiamo, noi non potremo scoprirlo e raggiungerlo, se non collo sviluppo progressivo e coll'esercizio delle nostre facoltà intellettuali. Le nostre facoltà sono gli strumenti di lavoro che Dio ci dava.

È dunque necessario che il loro sviluppo sia promosso e aiutato; il loro esercizio protetto e libero.

Senza libertà voi non potete compiere alcuno dei vostri doveri. Voi dunque avete diritto alla Libertà, e Dovere di conquistarla ad ogni modo contro qualunque Potere la neghi.

Senza libertà non esiste Morale, perché non esistendo libera scelta tra il bene ed il male, tra la devozione al progresso comune e lo spirito d'egoismo, non esiste società vera, perché tra liberi e schiavi non può esistere associazione; ma solamente dominio degli uni sugli altri.

La libertà è sacra come l'individuo, del quale essa rappresenta la vita. Dove non è libertà, la vita è ridotta ad una pura funzione organica. Lasciando che la sua libertà sia violata, l'uomo tradisce la propria natura e si ribella contro i decreti di Dio.

Non v'è libertà dove una casta, una famiglia, un uomo s'assuma dominio sugli altri in virtù d'un preteso diritto divino, in virtù d'un privilegio derivato dalla nascita, o in virtù di ricchezza.

La libertà dev'essere per tutti e davanti a tutti.

Non esiste dunque Sovranità di diritto in alcuno; esiste una sovranità dello scopo e degli atti che vi si accostano.

Gli atti e lo scopo verso cui camminiamo devono essere sottomessi al giudizio di tutti. Non v'è dunque né può esservi sovranità permanente.

Ogni uomo chiamato al Governo è un amministratore del pensiero comune: deve essere eletto, e sottomesso a revoca ogni qual volta ei lo fraintenda o deliberatamente lo combatta.

Non può esistere dunque, ripeto, casta o famiglia che ottenga il Potere per diritto proprio, senza violazione della vostra libertà. Come potreste chiamarvi liberi davanti ad uomini ai quali spettasse facoltà di comando senza vostro consenso? la Repubblica è l'unica forma legittima e logica di Governo.

Voi non avrete padrone fuorché Dio nel cielo e il Popolo sulla terra. Quando avete scoperto una linea della Legge, dei voleri di Dio, dovete, benedicendo, eseguirla. Quando il Popolo, l'unione collettiva dei vostri fratelli, dichiara che tale è la sua credenza, dovete piegar la testa e astenervi da ogni atto di ribellione.

Ma vi son cose che costituiscono il vostro individuo e sono essenziali alla vita umana. E su queste neppure il popolo ha signoria.

Nessuna maggioranza, nessuna forza collettiva può rapirvi ciò che vi fa essere uomini. Nessuna maggioranza può decretar la tirannide e spegnere o alienare la propria libertà.

Contro il popolo suicida che ciò facesse, voi non potete usar la forza, ma vive e vivrà eterno in ciascun di voi il diritto di protesta nei modi che le circostanze vi suggeriranno.

Voi dovete avere libertà in tutto ciò ch'è indispensabile ad alimentare, moralmente e materialmente, la vita.

Libertà personale: libertà di locomozione: libertà di credenza religiosa: libertà d'opinione su tutte le cose: libertà d'esprimere colla stampa o in ogni altro modo pacifico il vostro pensiero: libertà di associazione per poterlo fecondare col contatto nel pensiero altrui: libertà di traffico pei suoi prodotti son tutte cose che nessuno può togliervi, salvo alcune rare eccezioni, ch'or non importa il dire, senza grave ingiustizia, senza che sorga in voi il dovere di protestare.

Nessuno ha diritto, in nome della Società, d'imprigionarvi e di sottomettervi a restrizioni personali o invigilamento, senza dirvi il perché, senza dirvelo col minore indugio possibile, senza condurvi sollecitamente davanti al potere giudiziario del paese.

Nessuno ha diritto d'inceppare con restrizioni di passaporti od altro il vostro trasferirvi di parte in parte della terra che è vostra Patria.

Nessuno ha diritto di persecuzione, d'intolleranza, di legislazione esclusiva sulle vostre opinioni religiose: nessuno, fuorché la grande pacifica voce dell'umanità, ha diritto di frapporsi fra Dio e la vostra coscienza. Dio vi ha dato il Pensiero: nessuno ha diritto di vincolarlo o sopprimerne l'espressione, ch'è la comunione dell'anima vostra coi vostri fratelli e l'unica via di progresso che abbiamo.

La stampa dev'essere illimitatamente libera: i diritti dell'intelletto sono inviolabili, ed ogni censura preventiva è tirannide: la Società può, come tutte le altre colpe, punire soltanto le colpe di stampa: la predicazione del delitto, l'insegnamento dichiaratamente immorale: la punizione in virtù d'un giudizio solenne è conseguenza della responsabilità umana, mentre ogni intervenuto anteriore è negazione della libertà.

L'assocazione pacifica è santa come il pensiero: Dio ne poneva in voi la tendenza come avviamento perenne al progresso e pegno dell'Unità che la famiglia umana deve un giorno raggiungere: nessun potere ha diritto d'impedirla o di limitarla.

Ciascun di voi ha dover d'usar della vita che Dio gli diede, di serbarla, di svilupparla; a ciascun di voi corre quindi debito di lavoro, solo mezzo di sostenerla materialmente: il lavoro è sacro: nessun ha diritto di vietarlo, d'incepparlo o di renderlo con regolamenti arbitrari impossibile: nessuno ha diritto di restringere il libero traffico de' suoi prodotti: la terra che v'è Patria è il vostro mercato, e nessuno può limitarlo.

Ma quando avrete ottenute che queste libertà siano sacre, quando avrete finalmente costituito lo Stato sul voto di tutti e in modo che l'individuo abbia schiuse davanti a lui tutte le vie che possono condurre allo sviluppo delle sue facoltà ‑ allora, ricordatevi che al di sopra di ciascun di voi sta lo scopo che è vostro dovere raggiungere: perfezionamento morale vostro e d'altrui, comunione più sempre intima e vasta fra tutti i membri della famiglia umana, sì che un giorno essa non riconosca che una sola Legge.

La libertà non è che un mezzo; guai a voi e al vostro avvenire se v'avvezzaste mai a guardarla siccome fine!

Il vostro individuo ha doveri e diritti propri che non possono essere abbandonati ad alcuno; ma guai a voi ed al vostro avvenire se il rispetto che dovete avere per ciò che costituisce la vostra vita individuale potesse mai degenerare in un fatale egoismo!

La vostra libertà non è la negazione d'ogni autorità; è la negazione d'ogni autorità che non rappresenti lo scopo collettivo della Nazione, e che presuma impiantarsi e mantenersi sovr'altra base che su quella del libero spontaneo vostro consenso.

Dottrine di sofisti hanno in questi ultimi tempi pervertito il santo concetto della Libertà: gli uni l'hanno ridotto a un gretto immorale individualismo, hanno detto che l'io è tutto e che il lavoro umano e l'ordinamento sociale non devono tendere che al sodisfacimento dei suoi desiderii: gli altri hanno dichiarato che ogni governo, ogni autorità è un male inevitabile, ma da restringersi, da vincolarsi quanto più si può, che la libertà non ha limiti; che lo scopo d'ogni Società è unicamente quello di promoverla indefinitamente; che un uomo ha diritto d'usare e abusare della libertà, purché questa non ridondi direttamente nel male altrui: che un governo non ha missione fuorché quella d'impedire che un individuo non nuoccia all'altro.

Respingete, o miei fratelli, queste false dottrine: son esse che indugiano anche in oggi l'Italia sulle vie della sua grandezza avvenire.

Le prime hanno generato l'egoismo di classe, le seconde fanno d'una società che deve, se ben ordinata, rappresentare il vostro scopo e la vostra vita collettiva, non altro che un birro o un soldato di polizia incaricato di mantenere una pace apparente; tutte trascinano la libertà ad essere un'anarchia: cancellano l'idea di miglioramento morale collettivo; cancellano la missione educatrice, la missione di Progresso che la società deve assumersi. Se voi potete intendere a questo modo la Libertà, voi meritereste di perderla, e, presto o tardi, la perdereste.

La vostra Libertà sarà santa, perché si svilupperà sotto il predominio dell'idea del Dovere, della Fede nel perfezionamento comune. La vostra Libertà fiorirà protetta da Dio e dagli uomini, perch'essa non sarà il diritto d'usare e abusare delle vostre facoltà nella direzione che a voi piaccia di scegliere, ma perch'essa sarà il diritto di scegliere liberamente, a seconda delle vostre tendenze, i mezzi per fare il bene.


IX

Educazione

 

Dio v'ha fatti educabili. Voi dunque avete dovere d'educarvi per quanto è in voi, e diritto a che la società alla quale appartenete non v'impedisca nella vostra opera educatrice, v'aiuti in essa e vi supplisca, quando i mezzi d'educazione vi manchino.

La vostra libertà, i vostri diritti, la vostra emancipazione da condizioni sociali ingiuste, la missione che ciascun di voi deve compiere qui sulla terra dipendono dal grado di educazione che vi è dato raggiungere.

Senza educazione voi non potete scegliere giustamente fra il bene e il male; non potete acquistare coscienza dei vostri diritti, non potete ottenere quella partecipazione nella vita politica senza della quale non riuscirete ad emanciparvi: non potete definire a voi stessi la vostra missione.

I meno tristi fra i vostri educatori credono aver sodisfatto al debito loro, quando hanno inegualmente aperto sul territorio che reggono un certo numero di scuole dove i vostri figli possono ricevere un grado qualunque d'insegnamento elementare.

Questo insegnamento consiste principalmente nel leggere, scrivere e computare.

Insegnamento siffatto si chiama istruzione;e differisce dall'educazione quanto i nostri organi differiscono dalla nostra vita.

Così l'istruzione somministra i mezzi per praticare ciò che l'educazione insegna: ma non può tener luogo dell'educazione.

L'educazione s'indirizza alle facoltà morali; l'Istruzione alle intellettuali.

La prima sviluppa nell'uomo la conoscenza dei suoi doveri; la seconda rende l'uomo capace di praticarli.

Senza istruzione, l'educazione sarebbe troppo sovente inefficace; senza educazione l'istruzione sarebbe come una leva mancante d'un punto d'appoggio.

L'istruzione, come la ricchezza, può essere sorgente di bene e di male a seconda delle intenzioni colle quali s'adopra: consacrata al progresso di tutti, è mezzo di incivilimento e di libertà; rivolta all'utile proprio, diventa mezzo di tirannide e di corruttela.

Due dottrine, due scuole, dividono il campo di quei che combattono per la libertà contro il dispotismo. La prima dichiara che la sovranità risiede nell'individuo: la seconda sostiene ch'essa vive unicamente nella società e prende a norma il consenso manifestato dalla maggioranza.

La prima crede aver compiuto la propria missione quando ha proclamato i diritti creduti inerenti alla natura umana e tutelato la libertà; la seconda guarda quasi esclusivamente all'associazione, e desume dal patto che la costituisce i doveri d'ogni individuo.

La prima non vede più in là di ciò che io chiamai istruzione, perché l'istruzione tende infatti a dare facilità di sviluppo, senza norma generale, alle facoltà individuali: la seconda intende la necessità d'un'educazione ch'è per essa la manifestazione del programma sociale.

La prima guida inevitabilmente all'anarchia morale, la seconda, se dimentica i diritti della libertà, corre rischio di cadere nel dispotismo della maggioranza.

Tutte due quelle scuole peccano di tendenze anguste, esclusive.

Il vero è questo:

La sovranità è in Dio, nella Legge morale, nel disegno provvidenziale che governa il mondo e ch'è via via rivelato dalle ispirazioni del Genio virtuoso e dalle tendenze dell'Umanità nelle epoche diverse della sua vita: e nello scopo che bisogna raggiungere, nella missione che bisogna compiere.

Non è sovranità nello individuo, non è nella società, se non in quanto l'uno è l'altra s'uniformino a quel disegno, a quella Legge, e si dirigono a quello scopo.

Un individuo o è il migliore interprete della Legge morale e governa in suo nome, o è un usurpatore da rovesciarsi. Il semplice voto d'una maggioranza non costituisce sovranità, se avversa evidentemente alle norme morali supreme, o chiuda deliberatamente la via al Progresso futuro.

Bene sociale, Libertà, Progresso: al di fuori di questi tre termini non può esistere sovranità.

L'educazione insegna qual sia il Bene sociale.

L'istruzione assicura all'individuo la libera scelta dei mezzi per ottenere un progresso successivo nel concetto del bene.

L'educazione, che deve dare ai vostri figli insegnamento siffatto, non può venire che dalla Nazione.

Senza Educazione Nazionale non esiste moralmente Nazione. La coscienza nazionale non può uscir che da quella.

Senza Educazione Nazionale comune a tutti i cittadini: eguaglianza di doveri e di diritti è formola vuota di senso, la conoscenza dei doveri, la possibilità dell'esercizio dei diritti, sono lasciate al caso della fortuna e all'arbitrio di chi sceglie l'educatore.

Gli uomini che si dichiarano avversi all'unità della educazione invocano la libertà. Libertà di chi? Dei padri o dei figli? La libertà dei figli è violata, nel loro sistema dal dispotismo paterno: la libertà delle giovani generazioni sacrificate alle vecchie: la libertà di progresso diventa illusione.

Libertà vera non esiste senza eguaglianza, e l'eguaglianza non può esistere fra chi non move da una base, da un principio comune, da una coscienza uniforme del Dovere.

Io vi dissi poche pagine addietro che la Libertà vera non consiste nel diritto di scegliere il male, ma nel diritto di scegliere fra le vie che conducono al bene.

Chiedete, esigete, l'impianto d'un sistema d'educazione nazionale gratuita, obbligatoria per tutti.

La Nazione deve ad ogni cittadino la trasmissione del suo programma.

Ogni cittadino deve ricevere nelle scuole l'insegnamento morale ‑ un corso di nazionalità comprendente un quadro sommario dei progressi dell'Umanità, la Storia Patria e l'esposizione popolare dei principii che reggono la legislazione del paese ‑ e l'istruzione elementare intorno alla quale non v'è dissenso. Ogni cittadino deve imparare in esse l'eguaglianza e l'amore.

Trasmesso quel programma, la libertà ripiglia i suoi diritti. Non solamente l'insegnamento della famiglia, ma ogni altro è sacro. Ogni uomo ha diritto illimitato di comunicare ad altri le proprie idee: ogni uomo ha diritto d'ascoltarlo. La Società deve proteggere, incoraggiare la libera espressione del pensiero, sotto ogni forma; e aprire ogni via perché il programma sociale possa svilupparsi e modificarsi pel bene.


X

Associazione - Progresso

 

Dio v'ha fatti sociali e progressivi. Voi dunque avete dovere d'associarvi e di progredire quanto comporta la sfera d'attività, nella quale le circostanze vi collocarono, e avete diritto a che la società alla quale appartenete non v'impedisca nella vostra opera d'associazione e di progresso, v'aiuti in essa e vi supplisca, quando i mezzi d'associazione e di progresso vi manchino.

La libertà vi dà facoltà di scegliere fra il bene ed il male, cioè fra il dovere e l'egoismo.

L'educazione deve insegnarvi la scelta.

L'associazione deve darvi le forze colle quali potrete tradurre la scelta in atto.

Il progresso è il fine a cui dovete mirare scegliendo, ed è ad un tempo, quando è visibilmente compito, la prova che non v'ingannaste nella scelta. Dove una sola di queste condizioni è tradita o negletta, non esiste uomo, cittadino o esiste imperfetto o inceppato nel suo sviluppo.

Voi dunque dovete combattere per tutte, e segnatamente pel diritto d'Associazione, senza il quale la Libertà e l'Educazione riescono inutili.

E la Comunione degli uomini in Dio porta con sé l'associazione degli uomini nella vita terrestre. L'associazione religiosa delle anime genera il diritto dell'associazione nelle facoltà e nell'opere che fanno realtà del pensiero.

Sia dunque l'associazione dovere e diritto per voi.

Taluni, a limitarne il diritto fra i cittadini, vi diranno che l'associazione è lo Stato, la Nazione: che voi ne siete e dovete esserne tutti membri: e che quindi ogni associazione parziale tra voi è o avversa allo Stato o superflua.

Ma lo Stato, la Nazione non rappresentano se non l'associazione dei cittadini in quelle cose, in quelle tendenze che sono comuni a tutti gli uomini che ne sono parte.

Esistono tendenze e fini che non abbracciano tutti i cittadini, ma solamente un certo numero d'essi. E come le tendenze e il fine comune a tutti generano la Nazione, le tendenze e il fine comune a parecchi fra i cittadini devono generare l'associazione speciale.

Poi ‑ e questa è base fondamentale al diritto d'associazione ‑ l'associazione è la mallevadoria del Progresso.

L'associazione deve essere progressiva nel fine a cui tende, non contraria alle verità conquistate per sempre dal consenso universale dell'Umanità e della Nazione. Una associazione che s'impiantasse per agevolare il furto dell'altrui proprietà, una associazione che facesse obbligo a' suoi membri della poligamia, una associazione che dichiarasse doversi sciogliere la Nazione o predicasse lo stabilimento del Dispotismo sarebbe illegale.

La Nazione ha diritto di dire a' suoi membri: noi non possiamo tollerare che si diffondano in mezzo a noi dottrine violatrici di ciò che costituisce la natura umana, la Morale, la Patria. Escite e stabilite fra voi al di là dei nostri confini, l'associazione che le vostre tendenze vi suggeriscono.

L'associazione deve essere pacifica. Essa non può avere altr'arme che l'apostolato della parola: deve proporsi di persuadere, non di costringere.

L'associazione deve essere pubblica. Le associazioni segrete, arme di guerra legittima dove non è Patria, né Libertà, sono illegali e possono essere sciolte dalla Nazione quando la Libertà è diritto riconosciuto, quando la Patria protegge lo sviluppo e l'inviolabilità del pensiero. Se l'associazione deve schiudere la via al Progresso, essa dev'essere sottomessa all'esame e al giudizio di tutti.

E finalmente l'Associazione deve rispettare in altrui i diritti che sgorgano dalle condizioni essenziali dell'umana natura. Una associazione che violasse, come le corporazioni del medio evo, la libertà del lavoro o tendesse direttamente a restringere la libertà di coscienza potrebb'essere respinta, governativamente, dalla Nazione.

Da questi limiti in fuori, la libertà d'associazione fra' cittadini è sacra, inviolabile, come il progresso che ha vita in essa. Ogni governo che s'attentasse restringerla tradirebbe la missione sociale: il popolo dovrebbe, prima ammonirlo, poi, esaurite le vie pacifiche, rovesciarlo.


XI

Questione economica


§ 1 [Lavoro]



Figli tutti di Dio e fratelli in Lui e tra noi, noi siamo chiamati a formare una sola grande famiglia.

In questa famiglia possono esistere disuguaglianze generate dalle diverse abitudini, dalle diverse capacità, dal diverso desiderio di lavoro; ma un principio deve signoreggiarla: qualunque è disposto a dare pel bene di tutti, ciò ch'ei può di lavoro, deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono.

Ma fino a qual punto possiamo raggiungere oggi lo scopo? E come, per quali vie possiamo raggiungerlo?

Taluni fra i vostri più timidi amici hanno cercato il rimedio nella moralità dell'operaio. Fondando casse di risparmio o altre simili istituzioni, hanno detto agli operai: recate qui il vostro soldo: economizzate: astenetevi da ogni eccesso nella bevanda o in altro: emancipatevi dalla miseria colle privazioni.

Altri, non nemici, ma poco curanti del popolo e del grido di dolore che sorge dalle viscere degli uomini del lavoro, paurosi d'ogni innovazione potente, e legati a una scuola detta degli economisti,che combatté con merito e con vantaggio tutte le battaglie della libertà, dell'industria, ma senza por mente alla necessità di progresso e di associazione, inseparabili anch'esse dalla natura umana, sostennero e sostengono, come i filantropi dei quali ora parlai, che ciascuno può anche nella condizione di cose attuale, edificare colla propria attività la propria indipendenza; che ogni mutamento nella costituzione del lavoro riuscirebbe superfluo o dannoso; e che la formola ciascuno per sé, libertà per tutti è sufficiente a creare a poco a poco un equilibrio approssimativo d'agi e conforti fra le classi che costituiscono la Società.

Mentre i filantropi contemplano unicamente l'uomo e s'affannano a renderlo più morale senza farsi carico d'accrescere, per dargli campo a migliorarsi, la ricchezza comune, gli economisti non guardano che a fecondare le sorgenti della produzione senza occuparsi dell'uomo.

La libertà di concorrere per chi nulla possiede, per chi, non potendo risparmiare sulla giornata, non ha di che iniziare la concorrenza, è menzogna, com'è menzogna la libertà politica per chi mancando di educazione, d'istruzione, di mezzo e di tempo, non può esercitarne i diritti.

E per difetto di un'equa distribuzione della ricchezza, d'un più giusto riparto dei prodotti, d'un aumento progressivo della cifra dei consumatori, il capitale stesso si svia dal suo vero scopo economico, s'immobilizza in parte nelle mani dei pochi invece di spandersi tutto nella circolazione, si dirige verso la produzione d'oggetti superflui, di lusso, di bisogni fittizi, invece di concentrarsi sulla produzione degli oggetti di prima necessità per la vita o si avventura in pericolose e spesso immorali speculazioni.

Oggi il capitale ‑ e questa è la piaga della Società economica attuale ‑ è despota del lavoro.

Delle tre classi che oggi formano economicamente la Società ‑ capitalisti, cioè detentori dei mezzi o strumenti del lavoro, terre, fattorie, numerario, materie prime ‑ intraprenditori, capilavoro, commercianti, che rappresentano o dovrebbero rappresentare l'intelletto ‑ e operai che rappresentano il lavoro manuale ‑ la prima, sola, è padrona del campo, padrona di promuovere, indugiare, accelerare verso certi fini il lavoro.

E la sua parte negli utili del lavoro, nel lavoro della produzione, è comparativamente determinata: la locazione degli strumenti del lavoro non varia se non tra limiti noti e ristretti; e il tempo, fino a un certo segno almeno, è suo, non in balìa dell'assoluto bisogno.

La parte dei secondi è incerta, dipendente dal loro intelletto, dalla loro attività, ma segnatamente dalle circostanze, dallo sviluppo maggiore o minore della concorrenza e dal rifluire o ritirarsi, in conseguenza d'eventi non calcolabili, dei capitali.

La parte degli ultimi, degli operai, è il salario determinato anteriormente al lavoro e senza riguardi agli utili maggiori o minori che esciranno dall'impresa; e i limiti fra i quali il salario si aggira, sono determinati dalla relazione che esiste fra il lavoro offerto e il lavoro richiesto,in altri termini, tra la popolazione degli operai ed il capitale.

Or la prima tendendo all'aumento e ad un aumento che supera generalmente, non fosse che di poco, l'aumento del secondo, il salario tende, ove altre cause non s'infrappongano, a scendere.

E il tempo non è nelle mani dell'operaio: le crisi finanziarie e politiche, la subita applicazione di nuove macchine ai rami diversi dell'attività industriale, le irregolarità nella produzione e il suo frequente soverchio accumularsi in unica direzione inseparabile da una poco illuminata concorrenza, il riparto ineguale del popolo dei lavoranti su certi punti o su certi rami d'attività, e dieci altre cause interrompendo il lavoro, non lasciano all'operaio la libera scelta delle sue condizioni. Da un lato sta per lui l'assoluta miseria, dall'altro l'accettazione d'ogni patto che gli venga proposto.

Condizione siffatta di cose ha, ripeto, il germe in sé d'una piaga che bisogna curare. I rimedi proposti dagli economisti sono inefficaci per questo.

E nondimeno, v'è progresso nella condizione della classe alla quale voi appartenete: progresso storico, continuo, che ha superato ben altre difficoltà.

Voi foste schiavi, voi foste servi, voi siete in oggi assalariati.

V'emancipaste dalla schiavitù, dal servaggio; perché non v'emancipereste dal giogo del salario per diventare produttori liberi, padroni della totalità del lavoro della produzione ch'esce da voi? Perché tra l'opera vostra e l'opera della Società, che ha doveri sacri verso i suoi membri, non si compirebbe pacificamente la più grande, la più bella rivoluzione che possa idearsi, quella che, dando come base economica al consorzio umano il lavoro, come base alla proprietà i frutti del lavoro, raccoglierebbe, sotto una sola legge d'equilibrio tra la produzione e il consumo,senza distinzione di classi, senza predominio tirannico d'uno degli elementi del lavoro sull'altro, tutti i figli della stessa madre, la PATRIA?

 

§ 2 [Proprietà]

Il senso di dovere sociale verso gli uomini del lavoro, al quale ho accennato finora, andava, mercé sopratutto la predicazione repubblicana, crescendo negli animi e assicurando l'avvenire popolare delle rivoluzioni, quando sorsero negli ultimi trent'anni, in Francia segnatamente, alcune scuole d'uomini buoni generalmente e amici del popolo, ma trascinati da soverchio amore di sistema e da vanità individuale, che sotto nome di socialismo proposero dottrine esclusive, esagerate, avverse spesso alla ricchezza già conquistata dall'altre classi ed economicamente impossibili, e spaventando la moltitudine dei piccoli borghesi e suscitando diffidenza fra ordini e ordini di cittadini, fecero retrocedere la questione e divisero in due il campo repubblicano.

Io non posso esaminare con voi ad uno ad uno quei diversi sistemi, che furono chiamati Sansimonismo, Fourierismo, Comunismo, o con altro nome.

Fondati quasi tutti sopra idee buone in sé e accettate da quanti appartengono alla Fede del Progresso, le guastavano o le cancellavano coi mezzi di applicazione che proponevano falsi o tirannici.

Ed è necessario ch'io v'accenni brevemente in che cosa peccavano.

Il Progresso si compie per legge che nessuna potenza umana può rompere, grado a grado, collo sviluppo colla modificazione perpetua degli elementi che manifestano l'attività della vita.

Gli uomini hanno spesso, in certe epoche, in certi paesi, e sotto l'influenza di certi pregiudizi e di certi errori, dato il nome d'elementi, di condizioni della vita sociale, a cose che non hanno radice nella natura, ma solamente nelle abitudini convenzionali d'una società traviata, e che dopo quell'epoca o al di là dei limiti di quei paesi, spariscono.

Ma voi potete scoprire quali veramente siano gli elementi inseparabili dall'umana natura, interrogando, come altrove vi dissi, gli istinti dell'anime vostre e verificando nella tradizione di tutti i tempi, di tutti i paesi, se quei vostri istinti siano stati sempre gl'istinti dell'Umanità. E quelli, che una voce ingenita in voi (è la grande voce dell'Umanità) v'addita come elementi costitutivi della vita, devono essere modificati, sviluppati sempre d'epoca in epoca ma non possono essere aboliti mai.

Tra questi elementi della vita umana, oltre la Religione, la Libertà, l'Associazione ed altri accennati nel corso di questo lavoro è pure la Proprietà.

Il principio, l'origine della Proprietà, sta nella natura umana e rappresenta la necessità della vita materiale dell'individuo ch'egli ha dovere di mantenere. Come per mezzo della religione, della scienza, della libertà, l'individuo è chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare il mondo morale ed intellettuale, egli è pure chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare, per mezzo del lavoro materiale, il mondo fisico. Ela proprietà è il segno, la rappresentazione del compimento di quella missione, della quantità di lavoro col quale l'individuo ha trasformato, sviluppato, accresciute le forze produttrici della natura.

La proprietà è dunque eterna nel suo principio, e voi la trovate esistente e protetta attraverso tutta quanta l'esistenza dell'umanità. Ma i modi coi quali la proprietà si governa sono mutabili, destinati a subire, come tutte l'altre manifestazioni della vita umana, la legge del Progresso.

Quei che, trovando la proprietà costituita in un certo modo, dichiarano quel modo inviolabile e combattono quanti intendono a trasformarlo, negano dunque il Progresso: basta aprire due volumi di storia appartenente a due epoche diverse, per trovarvi un cangiamento nella costituzione della Proprietà. E quei che trovandola in una certa epoca mal costituita, dichiarano che bisogna abolirla, cancellarla dalla società, negando un elemento della umana natura, se potessero mai riescire, ritarderebbero il Progresso, mutilando la Vita: la proprietà riapparirebbe inevitabilmente poco tempo dopo, e probabilmente sotto la forma che aveva al tempo della sua abolizione.

La proprietà è in oggi mal costituita, perché l'origine del riparto attuale sta generalmente nella conquista, nella violenza colla quale, in tempi lontani da noi, certi popoli e certe classi invadenti s'impossessarono delle terre e dei frutti d'un lavoro non compito da essi.

La proprietà è mal costituita, perché le basi del riparto dei frutti d'un lavoro compito dal proprietario e dall'operaio, non sono fondate sopra una giusta eguaglianza proporzionata al lavoro stesso.

La proprietà è mal costituita, perché conferendo a chi l'ha, diritti politici e legislativi che mancano all'operaio, tende ad esser monopolio di pochi e inaccessibile ai più.

La proprietà è mal costituita, perché il sistema delle tasse è mal costituito, e tende a mantenere un privilegio di ricchezza nel proprietario, aggravando le classi povere e togliendo loro ogni possibilità di risparmio.

Ma se, invece di correggere vizi e modificare lentamente la costituzione della Proprietà voi voleste abolirla, sopprimereste una sorgente di ricchezza, di emulazione, d'attività, e somigliereste al selvaggio, che per cogliere il frutto troncava l'albero.

Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla.
Bisogna richiamarla al principio che la renda legittima, facendo si che il lavoro solo possa produrla.

Bisogna avviare la società verso basi più eque di rimunerazione tra il proprietario o capitalista e l'operaio.

Bisogna mutare il sistema delle tasse, tanto che non colpiscano la somma necessaria alla vita e lascino al popolano facoltà di economie produttive a poco a poco di proprietà.

E perché ciò avvenga, bisogna sopprimere i privilegi politici concessi alla proprietà, e far sì che tutti contribuiscano all'opera legislativa.

Or tutte queste cose sono possibili e giuste. Educandovi, ordinandovi a chiederle con insistenza, poi a volerle, potreste ottenerle; mentre cercando l'abolizione della proprietà, cerchereste una impossibilità, fareste un'ingiustizia verso chi l'ha conquistata col proprio lavoro e diminuireste la produzione invece di accrescerla.

 

§ 3 [Comunismo]

L'abolizione della proprietà individuale nondimeno è il rimedio proposto da parecchi tra i sistemi di socialisti dei quali vi parlo, e segnatamente del comunismo.

Altri vanno oltre; e trovando il concetto religioso, il concetto di patria falsati dagli errori religiosi, dagli uomini del privilegio e dall'egoismo delle dinastie, chiedono l'abolizione d'ogni religione, d'ogni governo, d'ogni nazionalità. È procedere di fanciulli o di barbari. Perché in nome delle malattie generate da un'aria corrotta, non tenterebbero la soppressione d'ogni gaz respirabile?

L'idea di chi vorrebbe, in nome della libertà, fondar l'anarchia e cancellar la società per non lasciare che l'individuo co' suoi diritti, non ha bisogno, con voi, di confutazione da me; tutto il mio lavoro combatte quel sogno colpevole che rinnega progresso, doveri, fratellanza umana, solidarietà di nazioni, ogni cosa che voi ed io veneriamo.

Ma il sogno di quei che, limitandosi alla quistione economica, chiedono l'abolizione della proprietà individuale e l'ordinamento del comunismo, tocca l'estremo opposto, nega l'individuo, nega la libertà, chiude la via al progresso e impietra per così dire la Società.

La formola generale del comunismo è la seguente: la proprietà d'ogni cosa che produce terre, capitali, mobili, strumenti di lavoro, sia concentrata nello Stato; lo Stato assegni la sua parte di lavoro, a ciascuno; lo Stato assegni a ciascuno una retribuzione, secondo alcuni, con assoluta eguaglianza, e secondo altri, a seconda dei suoi bisogni.

Questa, se fosse possibile, sarebbe vita di castori non d'uomini.

La libertà, la dignità, la coscienza dell'individuo spariscono in un ordinamento di macchine produttrici. La vita fisica può esservi soddisfatta: la vita morale, la vita intellettuale sono cancellate, e con esse l'emulazione, la libera scelta del lavoro, la libera associazione, gli stimoli a produrre, le gioie della proprietà, le cagioni tutte che inducono a progredire.

La famiglia umana è, in quel sistema, un armento al quale basta essere condotto ad una sufficiente pastura. Chi tra voi vorrebbe rassegnarsi a programma siffatto?

L'eguaglianza è conquistata, dicono. Quale?

L'eguaglianza nella distribuzione del lavoro? È impossibile. I lavori sono di natura diversa, non calcolabile sulla durata o sulla somma di lavoro compita in un'ora, ma sulla difficoltà, sulla minore o maggiore spiacevolezza del lavoro, sul dispendio di vitalità che trascina con sé, sull'utile conferito da esso alla società.

Come calcolar l'eguaglianza di un'ora di lavoro passata in una miniera, o nel purificare l'acqua corrotta di una palude, con un'ora passata in un filatoio?

La impossibilità di siffatto calcolo è tale, che ha suggerito a taluno tra i fondatori di sistemi l'idea di far che ciascuno debba compiere alla volta sua un certo ammontar di lavoro in ogni ramo di utile attività: rimedio assurdo che renderebbe impossibile la bontà dei prodotti senza giungere a sopprimere l'ineguaglianza tra il debole ed il robusto, tra il capace ed il lento nell'intelletto, tra l'uomo di temperamento linfatico e l'uomo di temperamento nervoso. Il lavoro facile e gradito all'uno è grave e difficile all'altro.

L'eguaglianza nel riparto dei prodotti? È impossibile. O l'eguaglianza sarebbe assoluta e costituirebbe una immensa ingiustizia, non distinguendo tra i bisogni diversi, il risultato dell'organismo, né tra le forze e la capacità acquistate per un senso di dovere e le forze e la capacità ricevute, senza merito alcuno, dalla natura. O l'eguaglianza sarebbe relativa e calcolata sui bisogni diversi; e non tenendo conto della produzione individuale, violerebbe i diritti di proprietà che il lavorante deve avere per i frutti del suo lavoro.

Poi, chi sarebbe arbitro di decidere intorno ai bisogni d'ogni individuo? Lo Stato?

Operai, fratelli miei, siete voi disposti ad accettare una gerarchia di capi padroni nella proprietà comune, padroni dello spirito per mezzo d'una educazione esclusiva, padroni dei corpi per mezzo della determinazione dell'opera, della capacità, dei bisogni?

Non è per questo il rinnovamento dell'antica schiavitù?

Non sarebbero quei capi trascinati dalla teoria d'interesse che rappresenterebbero, e sedotti dall'immenso potere concentrato nelle loro mani, fondatori della dittatura ereditaria delle antiche caste?

No; il Comunismo non conquista l'eguaglianza fra gli uomini del lavoro: non aumenta la produzione ‑ ch'è la grande necessità dell'oggi ‑ perché fatta sicura la vita la natura umana, come s'incontra nei più, è soddisfatta, e l'incentivo a un accrescimento di produzione da diffondersi su tutti i membri della società diventa sì piccolo che non basta a scotere le facoltà; non migliora i prodotti; non conforta il progresso nelle invenzioni; non sarà mai aiutata dalla incerta, ignara direzione collettiva dell'ordinamento.

Ai mali che affaticano i figli del popolo, il Comunismo non ha che un rimedio per proteggerli dalla fame. Or non può farsi questo, non può assicurarsi il diritto alla vita ed al lavoro dell'operaio senza sovvertire tutto quanto l'ordine sociale, senza isterilire la produzione, senza inceppare il progresso, senza cancellare la libertà dell'individuo e incatenarlo, in un ordinamento soldatesco tirannico?

 

§ 4 [Associazioni]

Il rimedio alle vostre condizioni non può trovarsi in organizzazioni generali, arbitrarie, architettate di pianta da uno o altro intelletto, contraddicenti alle basi universali adottate nel viver civile e impiantate subitamente per vie di decreti.

Non può trovarsi in aumenti di salarii imposti dall'autorità governativa, senz'altri cangiamenti che aumentano i capitali: l'aumento delle spese di salarii, cioè l'aumento delle spese di produzione, trascinerebbe il rincarimento dei prodotti, la diminuzione del consumo e quella quindi del lavoro per gli operai.

Non può trovarsi in cosa alcuna che cancelli la libertà, consacrazione e stimolo del lavoro: né in cosa alcuna che diminuisca i capitali, strumenti del lavoro e della produzione.

Il rimedio alle vostre condizioni è l'unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani.

Quando la società non conoscerà distinzione fuorché di produttori e consumatori o meglio quando ogni uomo sarà produttore e consumatore ‑ quando i frutti del lavoro, invece di ripartirsi tra quella serie d'intermediari che, cominciando dal capitalista e scendendo sino al venditore a minuto, accresce sovente del cinquanta per cento il prezzo del prodotto, rimarranno interi al lavoro ‑ le cagioni permanenti di miseria spariranno per voi.

Il vostro avvenire è nella vostra emancipazione dalle esigenze d'un capitale arbitro in oggi d'una produzione alla quale rimane straniero.

I1 vostro avvenire materiale e morale. Guardatevi intorno. Ovunque voi trovate il capitale e il lavoro riunito nelle stesse mani ‑ ovunque i frutti del lavoro sono non foss'altro, ripartiti fra quanti lavorano, in ragione del loro aumento, in ragione dei loro benefizi all'opera collettiva ‑ voi trovate diminuzione di miseria e a un tempo aumento di moralità.

Il lavoro associato, il riparto dei frutti del lavoro, ossia del ricavato della vendita dei prodotti, tra i lavoranti in proporzione del lavoro compiuto e dal valore di quel lavoro; è questo il futuro sociale. In questo sta il segreto della vostra emancipazione.

Foste schiavi un tempo: poi servi: poi assalariati: sarete fra non molto, purché il vogliate, liberi produttori e fratelli nell'associazione.

Associazione di nuclei formati a seconda delle vostre tendenze, non come vorrebbero gli autori dei sistemi ch'io vi accennai, di tutti gli uomini appartenenti a un dato ramo d'attività industriale o agricola.

Il concentramento di tutti gl'individui addetti, nello Stato o anche in una sola città, ad un'arte in una sola società produttrice, ricondurrebbe l'antico tirannico monopolio delle Corporazioni, renderebbe i produttori arbitri dei prezzi a danno dei consumatori; darebbe forma legale all'oppressione delle minoranze; esilierebbe l'operaio malcontento da ogni possibilità di lavoro, e sopprimerebbe ogni necessità di progresso spegnendo ogni rivalità di lavoro, ogni stimolo alle invenzioni.

E questa trasformazione, emancipandovi dalla schiavitù del salario, avviverebbe a un tempo, a pro di tutte le classi, la produzione e migliorerebbe lo stato economico del paese.

Oggi, il capitalista tende generalmente a guadagnare quanto più può per ritirarsi dall'arena del lavoro: sotto l'ordinamento dell'associazione, voi non tendereste che ad accertare la continuità del lavoro, cioè della produzione.

Oggi, il capo, direttore dei lavori, fatto tale non da una speciale attitudine ma dal suo trovarsi fornito di capitali, è spesso improvvido, avventato, incapace: una associazione, diretta da delegati, invigilata da tutti i suoi membri, non correrebbe rischi siffatti.

Oggi, il lavoro è spesso diretto verso la produzione d'oggetti superflui, non necessari: mercé l'ineguaglianza capricciosa e ingiusta delle retribuzioni, i lavoranti abbondano in un ramo, fanno d'attività e difetto in un altro; l'operaio, limitato a una mercede determinata, non ha motivo per consacrare all'opera sua tutto lo zelo del quale è capace, tutta l'attività colla quale ei potrebbe moltiplicare o migliorare i prodotti. E l'associazione porrebbe evidentemente rimedio a queste ed altre cagioni il perturbazione o d'inferiorità nella produzione.

Libertà di ritirarsi, senza nuocere all'associazione - eguaglianza dei socii nell'elezione d'amministratori a tempo o meglio soggetti a revoca ‑ ammessione, posteriormente alla fondazione, senza esigenza di capitale da versarsi e costituzione d'un prelevamento, a pro del fondo comune, sui benefizi dei primi tempi ‑ indivisibilità, perpetuità del capitale collettivo, ‑ retribuzione per tutti, eguale alla necessità della vita ‑ riparto degli utili a seconda della quantità e della qualità del lavoro di ciascuno ‑ son queste le basi generali che voi, se volete far opera di avvenire per l'elemento al quale appartenete, dovrete dare alle vostre associazioni.

Ma il capitale? Il capitale primo col quale potrà iniziarsi l'associazione? Da dove ritrarlo?

È grave questione; né io posso qui trattarla come vorrei. Ma vi accennerò sommariamente il dovere vostro e l'altrui.
La prima sorgente di quel capitale sta in voi, nelle vostre economie, nel vostro spirito di sagrificio.


Conclusione

 

§ 1 [Provvedimenti economici]

Ma lo Stato, il Governo ‑ istituzione legittima soltanto quando è fondata sopra una missione d'educazione e di progresso oggi ancora fraintesa ‑ ha debito solenne verso voi che potrà facilmente compiere se sarà un giorno Governo Nazionale davvero, di Popolo libero ed Uno.

Una vasta serie d'aiuti potrà scendere allora dal Governo al Popolo, che risolverebbe il problema sociale senza spogliazioni, senza violenze, senza manomettere la ricchezza acquistata anteriormente dai cittadini, senza suscitare quell'antagonismo tra classe e classe ch'è ingiusto, immorale, fatale alla Nazione e che ritarda in oggi visibilmente il progresso francese.

E aiuti potenti sarebbero:

- L'influenza morale esercitata a pro delle Associazioni coll'approvazione manifestata pubblicamente dagli agenti governativi, colla frequente discussione sul loro principio fondamentale nell'Assemblea, colla legalizzazione data a tutte le Associazioni volontarie costituite sulle basi accennate più sopra:

- Miglioramenti nelle vie di comunicazione e abolizione di quanto inceppa ora il trasporto dei prodotti:

- Istituzione di magazzini o luoghi di deposito pubblici, dai quali, accertato il valore approssimativo delle merci consegnate, si rilascerebbe un documento o bono simile a un biglietto bancario, ammesso alla circolazione e allo sconto, tanto da render capace l'Associazione di poter continuare nei suoi lavori e di non essere strozzata dalla necessità d'una vendita immediata e a ogni patto:

- Concessione dei lavori che bisognano allo Stato, data eguaglianza di patti, alle Associazioni:

- Semplificazione delle forme giudiziarie, oggi rovinose e spesso inaccessibili al povero:

- Facilità legislative date alla mobilizzazione della proprietà fondiaria:

- Mutamento radicale nel sistema dei tributi pubblici: sostituzione d'un solo tributo sul reddito all'attuale, complesso, dispendioso, sistema di tributi diretti e indiretti; e sanzione data al principio che la vita è sacra - che senza vita, non essendo possibile lavoro, né progresso né doveri, il tributo non può cominciare che dove il reddito supera la cifra di danaro necessario alla vita:


Ma v'ha di più.

L'incameramento o appropriazione dei possedimenti ecclesiastici ‑ atto ch'or non giova discutere, ma che è inevitabile ogni qual volta la Nazione s'assuma una missione d'educazione e di progresso collettivo porrà nelle mani dello Stato una somma di ricchezza più vasta che altri non pensa.

Or ponete che a questo s'aggiunga il valore rappresentato dalle terre, dissociabili e fertilissime, tuttavia incolte ‑ il valore rappresentato dagli utili delle vie ferrate e da altre pubbliche imprese, la cui amministrazione dovrà concentrarsi nello Stato ‑ il valore rappresentato dalle proprietà territoriali appartenenti ai comuni, il valore rappresentato dalle successioni collaterali, che al di là del quarto grado dovrebbero ricader nello Stato ‑ ed altri, ch'è inutile enumerare.

Ponete che di tutto questo immenso cumulo di ricchezze si formi un FONDO NAZIONALE consacrato al progresso intellettuale ed economico di tutto quanto il paese.

Perché una parte considerevole di quel fondo non si trasformerebbe, colle precauzioni richieste a impedirne lo sperpero, in un fondo di credito da distribuirsi, con un interesse dell'uno e mezzo o del due per cento, alle Associazioni volontarie operaie, costituite sulle norme indicate più sopra, e che porgerebbero sicurezza di moralità e di capacità?

Quel capitale dovrebb'essere sacro al lavoro dell'avvenire e non d'una sola generazione. Ma la vasta scala delle operazioni assicurerebbe compenso alle perdite, di tempo in tempo inevitabili.

La distribuzione di quel credito dovrebbe farsi non dal Governo, né da un Banco Nazionale Centrale; ma, invigilante il Potere Nazionale, da Banchi locali amministrati da Consigli Comunali elettivi.

Senza sottrarre alla ricchezza attuale delle varie classi, senza attribuire a una sola il ricavato dei tributi che, chiesti a tutti i cittadini, deve erogarsi a benefizio di tutti, l'insieme degli atti qui suggeriti, diffondendo il credito per ogni dove, accrescendo e migliorando la produzione, costringendo l'interesse del danaro a scemare gradatamente, affidando il progresso e la continuità del lavoro al zelo e all'utilità di tutti i produttori, sostituirebbe a una cifra di ricchezza, concentrata in poche mani e imperfettamente diretta, la nazione ricca, maneggiatrice della propria produzione e del proprio consumo.

 

§ 2 [Esortazioni]


Conquistate la Patria, conquistate un Governo popolare che ne rappresenti la vita collettiva, la missione, il concetto.

Ordinatevi tra voi in una vasta universale Lega di Popolo, tanto che la vostra voce sia voce di milioni e non di pochi individui. Avete il vero e la giustizia per voi; la Nazione v'ascolterà.

Quei che vi parlano in nome del benessere, della felicità materiale, vi tradiranno. Cercano essi pure il loro benessere: s'affratelleranno con voi, come un elemento di forza, finché avranno ostacoli da superare per conquistarlo; appena, mercé vostra, l'avranno, v'abbandoneranno per godere tranquillamente della loro conquista. È la storia dell'ultimo mezzo secolo e il nome di questo mezzo secolo è materialismo.

Io li ho veduti gli uomini che negavano Dio, religione, virtù, dovere e sacrificio, e parlavano in nome del diritto alla felicità, al godimento, lottare audaci, colle parole di popolo e libertà sulle labbra, e frammischiarsi a noi uomini della nuova fede, che imprudenti gli accoglievamo nelle nostre fila. Quando s'aprì ad essi, con una vittoria o con una transazione codarda, la via di godere, disertarono e ci furono nemici acerbi al di dopo.

No, senza Dio, senza coscienza di legge, senza moralità, senza potenza di sacrificio, perduti dietro ad uomini che non hanno né fede, né culto del vero, né vita d'apostoli, né cosa alcuna fuorché la vanità dei loro sistemi, io lo dico con profondo convincimento, non riuscirete.

Migliorare voi stessi ed altrui: è questo il primo intento ed è la suprema speranza d'ogni riforma, d'ogni mutamento sociale. Non si cangiano le sorti dell'uomo, rintonacando, abbellendo la casa dov'egli abita: dove non respira un'anima d'uomo ma un corpo di schiavo, tutte le riforme sono inutili; la casa rabbellita, addobbata con lusso, è sepolcro imbiancato, e non altro.

Voi non indurrete mai la Società alla quale appartenete a sostituire il sistema d'associazione a quello del salario, se non provandole che l'associazione sarà tra voi stromento di produzione migliorata e di prosperità collettiva. E non proverete questo, se non mostrandovi capaci di fondare e mantenere l'associazione coll'onestà, coll'amore reciproco, col sacrificio, coll'affetto al lavoro. Per progredire, vi conviene mostrarvi capaci di progredire.

Tre cose sono sacre: la Tradizione, il Progresso, l'Associazione.

«Io credo» ‑ (scrissi queste cose venti anni addietro) ‑ «nella immensa voce di Dio che i secoli mi rimandano attraverso la tradizione universale dell'Umanità; ed essa mi dice che la Famiglia, la Nazione, l'Umanità sono le tre sfere dentro le quali l'individuo umano deve lavorare al fine comune, al perfezionamento morale di se stesso e d'altrui, o meglio di se stesso attraverso gli altri e per gli altri: essa mi dice che la proprietà è destinata a manifestare l'attività materiale dell'individuo, la parte ch'egli ha nella trasformazione del mondo fisico, come il diritto di voto deve manifestare la parte ch'egli ha nell'amministrazione del mondo politico; essa mi dice che appunto dall'uso più o meno buono di questi diritti, in quelle sfere d'attività dipende davanti a Dio e agli uomini il merito o demerito degli individui; essa mi dice che tutte queste cose, elementi della natura umana, si trasformarono, si modificarono continuamente ravvicinandosi all'ideale del quale abbiamo nell'anima ma non possono essere distrutte mai; e che i sogni di comunismo, d'abolizione, di confusione dell'individuo nell'insieme sociale, non furono mai che passeggieri accidenti nella vita del genere umano, visibili in ogni grande crisi intellettuale e morale, ma incapaci di realtà se non sopra una scala menoma come i Conventi Cristiani.

Credo nell'eterno progresso della vita nella creatura di Dio, nel progresso del Pensiero e dell'Associazione, non solamente nell'uomo del passato ma nell'uomo dell'avvenire; credo che importi non tanto di determinare la forma del progresso futuro quanto di aprire, con una educazione veramente religiosa, le vie d'ogni progresso agli uomini e di renderli capaci di compirlo; e credo che non si fa l'uomo migliore, più amorevole, più nobile, più divino ‑ ciò ch'è il nostro fine sulla terra ‑ colmandolo di godimenti fisici, proponendogli a scopo della vita quella ironia che ha nome felicità.

Credo nell'Associazione come nel solo mezzo che noi possediamo per compiere il Progresso, non solamente perch'essa moltiplica l'azione delle forze produttrici, ma perch'essa ravvicina tutte le diverse manifestazioni dell'anima umana e fa sì che la vita dell'individuo abbia comunione colla vita collettiva; e so che l'associazione non può essere feconda se non esistendo fra individui liberi, fra nazioni libere, capaci di coscienza della loro missione.

Credo che l'uomo deve mangiare e vivere e non avere tutte l'ore dell'esistenza assorbite da un lavoro materiale, per aver campo di sviluppare le facoltà superiori che sono in lui; ma tende l'orecchio con terrore alle voci che dicono agli uomini: nutrirsi è lo scopo vostro; godere è il vostro diritto, perché io so che quella parola non può creare se non egoisti, e fu in Francia, ed altrove, e comincia ad essere pur troppo in Italia, la condanna d'ogni nobile idea, d'ogni martirio, d'ogni pegno di futura grandezza.

Ciò che toglie in oggi vita all'Umanità è il difetto d'una fede comune, d'un pensiero adottato da tutti che ricongiunga Terra e Cielo, Universo e Dio. Privo di fede siffatta, l'uomo si è prostrato davanti alla morta materia, e s'è consacrato adoratore dell'idolo Interesse. E i primi sacerdoti di quel culto fatale furono i re, i principi e i tristi Governi dell'oggi. Essi inventarono l'orribile formula: ciascuno per sé: sapevano che con essa, creerebbero l'egoismo: e sapevano che tra l'egoista e lo schiavo non è che un passo».

A voi spetta una solenne missione: provare che siamo tutti figli di Dio e fratelli in Lui. Voi non la compirete se non migliorandovi e soddisfacendo al Dovere.

Io v'ho additato, come meglio ho potuto, qual sia il Dovere per voi. E il principale, il più essenziale fra tutti, è quello che avete verso la Patria.

Costituirla è debito vostro; ed è pure necessità. Gl'incoraggiamenti, i mezzi dei quali v'ho parlato, non possono venire che dalla Patria Una e Libera.

Il miglioramento delle vostre condizioni sociali non può scendere che dal vostro partecipare nella vita politica della Nazione. Senza voto, non avrete mai rappresentanti veri delle vostre aspirazioni, dei vostri bisogni.

Senza un Governo popolare che da Roma scriva e svolga il PATTO ITALIANO, fondato sui consensi e rivolto al progresso di tutti i cittadini dello Stato, non è per voi speranza di meglio.

E v'additerò, nell'accomiatarmi da voi, un altro Dovere, non meno solenne di quello che ci stringe a fondare la Patria Libera ed Una.

La vostra emancipazione non può fondarsi che sul trionfo d'un Principio: l'unità della Famiglia Umana.

Oggi, la metà della famiglia umana, la metà a cui noi cerchiamo ispirazioni e conforti, la metà che ha in cura la prima educazione dei nostri figli, è, per singolare contraddizione, dichiarata, civilmente, politicamente, socialmente ineguale, esclusa da quell'unità. A voi che cercate, in nome d'una verità religiosa, la vostra emancipazione, spetta di protestare in ogni modo, in ogni occasione, contro quella negazione dell'Unità.

L'emancipazione della donna dovrebbe essere continuamente accoppiata coll'emancipazione dell'operaio, dando così al vostro lavoro la consacrazione d'una verità universale.

 


Riferimenti bibliografici:

Gentile Giovanni
I profeti del Risorgimento italiano

Le Lettere

Mack Smith Denis
Mazzini

Rizzoli

Mazzini Giuseppe
Pensieri sulla democrazia in Europa

Feltrinelli

Mazzini Giuseppe
Doveri dell'uomo

Editori Riuniti

Mazzini Giuseppe
Opere politiche

Utet

Sarti Roland
Giuseppe Mazzini

Laterza

Williams Robert
Prophet in Exile: Joseph Mazzini in England, 1837-1868

Peter Lang Pub Inc


 
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